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Il disturbo post traumatico da stress colpisce molti militari, soprattutto dopo le missioni in zone di guerra, con attacchi di panico, tachicardia, incubi e nei casi più estremi suicidi. Ma non è garantita un'adeguata assistenza psicologica. Roberta Rei è andata a parlarne con il ministro Trenta

Attacchi di panico, tachicardia, incubi e nei casi più estremi il suicidio. Sono le conseguenze di quello che è definito come disturbo post traumatico da stress. Colpisce le persone che hanno vissuto momenti di forte pressione: tra loro ci sono anche i reduci dalle missioni militari come quelli in Iraq o Afghanistan. Tra “i civili” il disturbo è riconosciuto e curato, per i soldati invece non è prevista alcuna assistenza psicologica.

Questo disturbo si palesa dopo gravi violenze, incidenti stradali o terremoti, ma anche, come nel caso dei soldati, in seguito a attacchi terroristici e guerre. In Italia su questo non esistono dati precisi. C’è solo una stima di qualche anno fa, secondo cui cui ne erano affetti 267 militari.

Molti però hanno paura a richiedere la dovuta assistenza psicologica perché temono ripercussioni nella loro carriera. Come è successo a Tommaso che ha avuto il coraggio di chiedere aiuto, ma la risposta da parte dei suoi superiori non è stata delle migliori.

Per rompere questo muro di silenzio, Roberta Rei è andata dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta. “Conosco molto bene il problema che spesso nasce dopo tanti anni, stiamo lavorando per cambiare la legge”, ha detto il ministro.

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