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Il 30 settembre 1988 Willy Branchi, 18 anni, con qualche deficit cognitivo, viene trovato cadavere a Goro, nel Ferrarese, completamente nudo. Dopo trent'anni ancora non c'è il nome di un colpevole, noi andiamo a cercarlo

Sono passati oltre trent’anni dalla morte di un ragazzone di 18 anni e due metri, con qualche deficit cognitivo, Willy Branchi, dal quel 30 settembre del 1988 in cui è stato ritrovato morto.

Siamo a Goro, in Emilia Romagna, un paesino nella zona della bassa ferrarese. Quel giorno, una donna vede una sagoma nell’argine del Po. È il cadavere di Willy, completamente nudo con la faccia immersa in una pozza di sangue. Aveva un foro sotto a un occhio, il volto era completamente tumefatto, a ucciderlo sono stati oltre 30 colpi dati con il corpo di una pistola usata ai tempi per uccidere i maiali. “Secondo me tanti sanno che cosa sia successo”, dice il fratello Luca.

Le indagini puntano su Valeriano Forzati chiamato "Il Colonnello", già implicato per rapine, furti e risse e amico di Felice Maniero, capo e fondatore della Mala del Brenta, la "mafia del Nord". Proprio Forzati sarebbe l’ultima persona che viene vista con Willy in una pizzeria di Goro.

Lui si dice innocente, ma tre mesi dopo in un night club da alcuni frequentatori viene additato come responsabile dell’omicidio. Lui per reazione fa una strage. Di lui non si sa più nulla finché non arriva una chiamata dall’Argentina: è Forzati che si fa arrestare, in carcere uccide una guardia e viene poi trovato morto. La sentenza gli dà comunque ragione: innocente. L’8 febbraio 1990 viene assolto. Fino al 2013 cala il silenzio, finché il fratello lancia un appello per fare luce sul caso perché in tanti sanno ma nessuno vuole parlare.

Ai giornali arrivano lettere anonime e spuntano nuove testimonianze che aprono nuovi scenari, dietro alla sua morte ci potrebbe essere l’ombra di un giro di festini tra omosessuali. Indagando si scopre che Willy la notte scompariva per un'ora, due ore e poi ricompariva con strani regali e vestiti nuovi.

Da quel giro Willy pare che volesse uscire, dicendo tutto al fratello: questo potrebbe essere il movente. Chi partecipava, in molti pare, non poteva permettersi questo: il segreto di quei festini non doveva essere divulgato.

Antonino Monteleone incontra difficoltà e resistenze, al limite dell'atteggiamento omertoso, nel cercare di ricostruire la storia, che presenta molte contraddizioni anche nelle testimonianze, in particolare a proposito di un'auto che la notte dell'omicidio girava per il paese.

Nome dell'omicida, complici, un testimone (il sarto che, quando lo incontriamo, dice e non dice), circostanze e possibile movente vengono fatti da don Tiziano, che ha battezzato Willy e poi celebrato il suo funerale. Li ha detti anche ai carabinieri, la pista non viene seguita.  Oggi il sacerdote però si tira indietro.

Seguiremo noi questa pista nel prossimo servizio di Antonino Monteleone e Riccardo Spagnoli.

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