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Alessandro Gallelli è stato trovato morto impiccato nella sua cella a San Vittore. Ma l'ipotesi del suicidio non convince. Veronica Ruggeri ci spiega perché

Alessandro Gallelli è morto a 21 anni il 18 febbraio del 2012 nel carcere di San Vittore a Milano. Si sarebbe impiccato alla grata della sua cella facendo un nodo alla sua felpa.

I familiari e i loro periti non credono a questa versione, perché troppe cose non tornano. “Per noi non è un suicidio ma un omicidio”, dice il fratello. Veronica Ruggeri ha ricostruito gli ultimi momenti della vita di Alessandro.

I buchi della grata a cui Alessandro avrebbe attaccato la felpa con la quale si è strozzato sembrano davvero troppo piccoli per farci passare la stoffa spessa della felpa e annodarla per creare il cappio. Tutto questo in pochissimo tempo perché Alessandro si trova in isolamento nel reparto di osservazione neuropsichiatrica ed è sorvegliato a vista dalle guardie. La guardia si sarebbe allontanata solo cinque minuti prima di ritornare e trovarlo morto.

Alessandro era in carcere perché, come ci racconta il fratello, “quando non stava bene usciva di casa e faceva danni”. Alessandro purtroppo è fuori controllo e ruba motorini, infastidisce le ragazze e dà una testata a un poliziotto che gli aveva chiesto il biglietto del treno. Così viene portato a San Vittore. “Per due volte due avvocati ci hanno detto di stare tranquilli, che in due settimane sarebbe uscito”, racconta il fratello.

Invece Alessandro da quel carcere non è mai uscito. Le settimane diventano mesi e Alessandro è sempre più agitato, inizia a litigare con gli agenti e viene spostato nel centro di osservazione neuropsichiatrica del carcere. “Era da solo, nella cella in fondo”. Lo mettono in isolamento con una sorveglianza continua.

Ma dopo qualche giorno ai genitori di Alessandro arriva una telefonata: “Suo figlio è morto”. La famiglia fin da subito pensa a un omicidio. La Iena ricostruisce i dubbi sulla morte di Alessandro, che sono tanti.

“Vogliamo che si apra un processo”, dice il fratello. Qualche settimana fa i familiari hanno portato tutte le nuove prove in tribunale. Ora un giudice dovrà decidere se riaprire il caso. “Se siamo ancora qui è perché siamo convinti che nostro figlio non si è fatto del male”.

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