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"Ho cercato di restare calmo, mi sono detto: 'Rispetta la legge, qui le leggi funzionano'". La storia di questi ragazzi somali, raccontata da Veronica Ruggeri, ci insegna perché dobbiamo credere nella giustizia italiana

Li ha pestati a sangue in un lager in Libia, fatto di violenze e stupri con 600 prigionieri. Sistematicamente, per mesi, fin quasi a ucciderli. Li ha legati e torturati, presi a calci, pugni, manganellate, tutti i giorni, per mesi per ottenere i soldi per il viaggio in Italia dalle loro famiglie a cui venivano spedite immagini e audio delle torture.

Un giorno questi migranti somali, fuggiti non solo dalla povertà ma anche da una guerra civile che in 27 anni ha ucciso 500 mila persone, hanno incontrato per caso per strada a Milano il loro carceriere, solo, disarmato. Lo hanno riconosciuto subito in mezzo a 20 persone. Impossibile dimenticarsi di lui, che quando si è accorto di loro ha cercato di fuggire mentre i ragazzi hanno mantenuto la calma.

Lui gli ha promesso soldi per lasciarlo andare. Loro non li hanno accettati non gli hanno strappato nemmeno un capello. La loro vendetta è stata far arrestare e condannare il loro torturatore. Così, grazie a questo gesto di civiltà, Ismail, 24 anni, somalo è stato il primo trafficante di migranti a essere condannato all’ergastolo da un tribunale italiano.

“Ho cercato di restare calmo”, racconta uno dei ragazzi, “mi sono detto: ’Rispetta la legge, qui le leggi funzionano’”. “Ho provato sulla mia pelle che le regole qui funzionano”.

La nostra Iena ha raccolto la storia dell’orrore che questi ragazzi hanno attraversato nel viaggio partito dalla Somalia, attraverso il deserto, ancora più terribile di quello sui barconi, nelle mani dei trafficanti di uomini.

Se volete aiutare questi ragazzi, mandate un'email a AIUTIAMOQUESTIRAGAZZI@gmail.com.

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