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Sconti obbligati e addirittura retroattivi imposti dalla grande distribuzione ai fornitori. E così ci rimette anche la qualità, e molti sono costretti a chiudere. Ecco quello che ha scoperto Matteo Viviani dietro agli sconti di alcuni supermercati

Oltre il 70% di quello che compriamo da mangiare arriva da supermercati e discount. E cioè dalla Gdo, la grande distribuzione organizzata.

Matteo Viviani ha conosciuto Maria (il nome è di fantasia), che rifornisce da 18 anni un paio di catene importantissime con i suoi prodotti. Che gli racconta: "La Gdo ti obbliga ad applicare degli sconti per fare un prezzo sempre più basso. Li chiamano con diversi nomi: 'sconto logistico', 'sconto extra', 'sconto di fine anno'".

E se vuoi vendere i tuoi prodotti in un certo punto vendita, sei costretto ad applicare lo sconto. Che col passare degli anni cresce a doppia cifra. Come nel caso di Maria: "Dal 2010 al 2015 siamo arrivati a dover applicare il 25% di sconto".

Ma non è tutto: "lo sconto è retroattivo, cioè devi fare lo sconto anche su quello che hai guadagnato prima". Sconti che ovviamente incidono anche sulla qualità del prodotto, perché da qualche parte bisogna pure tagliare. E attraverso un foglio prestampato risulta come "una proposta da parte del fornitore". Inoltre per diventare fornitore Maria ha pagato 57.000 euro. Lo chiamano listing d'ingresso.

 

L'avvocato Maurangelo Rana conferma a Matteo Viviani che la pratica degli sconti obbligati è illegale. E aggiunge: "E' la dipendenza economica dei fornitori che induce la Gdo a imporre loro un prezzo antieconomico. Bisognerebbe denunciare all'Autorità garante della concorrenza e del mercato e chiedere un risarcimento".

 

Cosa che ha fatto Fortunato Peron, un imprenditore dai 30 ai 35.000 quintali l'anno di pere. Ma che era arrivato a subire fino al 38% di sconto retroattivo. A un certo punto si è rifiutato di andare avanti a firmare gli sconti. Così la Gdo l'ha scaricato, lui si è rivolto all'Antitrust che gli ha dato ragione. E ha condannato la Gdo a risarcirlo della scontistica non dovuta che è stato costretto ad applicare nel corso degli anni. Una cifra arrivata a toccare quota 700.000 euro. Ora l'imprenditore aspetta, ma con il capannone vuoto. Perché nel frattempo ha dovuto chiudere la sua attività.

 

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