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Colombia, vince la destra di Duque e il no alle Farc. Italiano ucciso

Iván nuovo presidente col 53%. Sconfitta al ballottaggio la sinistra di Gustavo Petro. Non si ferma la violenza: imprenditore del Canavese freddato in strada con la moglie. Noi de Le Iene vi raccontiamo anche il dramma dei bambini soldato

La Colombia resta a destra con Iván Duque come da sua tradizione storica. Dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, la vera sorpresa era stata anzi quella di trovare al ballottaggio un candidato della sinistra , che riemerge dopo due secoli: l’ex guerrigliero del gruppo M19, di ispirazione chavista ed ex sindaco di Bogotà, Gustavo Petro. Il ballottaggio è stato vinto ieri, domenica 17 giugno, con il 53% dei voti, da Duque, 41 anni, seguace del discusso Álvaro Uribe (presidente dal 2002 al 2010, duro con le Farc, meno con i cartelli del narcotraffico, se non addirittura colluso) e contrario all’accordo di pace con le Farc.
 


Non si ferma intanto la violenza nel Paese. Roberto Gaiottino, 44 anni, imprenditore edile di Barbania, nel Canavese e la moglie Claudia Patricia Zabala Dominguez, 36 anni, sono stati uccisi con cinque colpi di pistola per strada, all'uscita da un ristorante, sera nella città colombiana di Risaralda, paese d'origine della moglie dell'imprenditore. La polizia esclude la rapina: si pensa a una vera esecuzione e la prova sarebbe che l'amico che si trovava con la coppia è stato risparmiato. Anche la donna viveva nel Canavese da 15 anni in una villa nel piccolo centro di Barbania (Torino). Roberto Gaiottino, discendente di una famiglia di imprenditori edili, lavorava da tempo nel settore anche in Colombia.

La campagna elettorale è stata dominata dal sì o no alla pace con la guerriglia di ispirazione marxista, siglata nel 2016 con la mediazione di Cuba dal presidente Juan Manuel Santos, vincitore del Nobel della Pace per questo (non si è ripresentato a questo voto, dopo due mandati consecutivi dal 2010), e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia dopo 52 anni di guerra civile che sono costati 220 mila morti e 7 milioni di profughi.

Noi de Le Iene siamo andati in Colombia e il 15 aprile vi abbiamo raccontato con Giulio Golia una delle eredità più terribili di questa guerra, quella dei bambini soldato arruolati per la guerriglia nella giungla e del loro difficile recupero. Sono loro che ci hanno tratteggiato con le loro parole di ragazzi senza infanzia e adolescenza l’orrore di questa guerra.   

Sfoglia nella gallery le foto del servizio di Giulio Golia in Colombia.

Colombia, i bambini soldato e la guerriglia: le foto

 
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Nel Paese combattono ancora i 5.000 guerriglieri dell’Eln, l’Esercito di liberazione nazionale di ispirazione marxista, e i paramilitari che, come dice il candidato presidente di sinistra Gustavo Petro, intervistato dalla nostra Iena: “Sono eserciti privati del narcotraffico e sono legati allo Stato”.  

Le Farc, nate dalla lotta per la terra e contro le disuguaglianze sociali, con un esercito di 20 mila combattenti, sono degenerate in una forza con obiettivi sfumati, dedita anche e soprattutto negli ultimi anni al narcotraffico. Per finanziarsi hanno usato anche 25 mila sequestri. I carcerieri? Tutti bambini armati di kalashnikov. Perché nelle file delle Farc (anche se i leader negano) e dei gruppi ancora attivi come Eln e paramilitari, i bambini soldato erano e sono appunto tantissimi.

Padre Raphael a Medellín cerca di recuperarli a una vita normale: in 15 anni si è occupato di 2.500 ragazzi guerriglieri. Nel nostro servizio, sono i ragazzi usciti dalla guerriglia e aiutati dalla comunità salesiana di Padre Raphael a parlare. Quasi tutti hanno iniziato a sparare attorno ai 10-12 anni, alcuni anche per scelta, altri perché rapiti e costretti. E i loro racconti sono una ferita aperta anche per chi ascolta. Tra il primo omicidio, l’insensibilità raggiunta presto nell’uccidere, la brutalità della guerra, le crudeltà su chi scappava e un’infanzia, un’adolescenza e l’intera vita futura segnate per sempre. Le loro parole, che potete ripercorrere nella gallery qui sopra o guardando il servizio qui in basso, spiegano l’irraccontabile meglio di ogni altra frase in più.
 



Due giorni prima del primo turno del 27 maggio, era stato arrestato “Popeye”, Jhon Jairo Velásquez, il sicario prediletto di Pablo Escobar, per estorsione e associazione a delinquere. Giulio Golia l'ha intervistato in esclusiva il 7 novembre 2017. Uscito di prigione, raccontava con modi comunque molto ambigui di voler vivere onestamente dopo 257 omicidi. Prima di tornare ora di nuovo in cella, minacciava il candidato della sinistra ed ex sindaco di Bogotà, Gustavo Petro, su Twitter: “Il mio fucile parlerà per me”.

“Io sono il Generale della Mafia”, dice Popeye, come recita a la scritta che mostra con orgoglio sul braccio, uno dei suoi molti tatuaggi. “Io sono la memoria storica del cartello di Medellín: ho vissuto dentro il mostro e facevo parte del mostro”. Il mostro è l’organizzazione mafiosa del più grande trafficante di droga del mondo, Pablo Escobar, ucciso nel 1993 a 44 anni.

Il sicario, del resto, arrestato nel 1992, ha scontato 24 anni di carcere per un solo omicidio, proprio di un politico: Luis Carlos Galán, nemico dichiarato dei cartelli della droga che Popeye ha ucciso nel 1989 a Bogotà durante un comizio davanti a 10 mila persone. Tornato libero nel 2014 per buona condotta, Jhon Jairo Velásquez sostiene di vivere onestamente: con 500 mila fan su YouTube come “Popeye pentito”, si è improvvisato scrittore, ha girato un film autobiografico e ha venduto i diritti per una serie sulla sua vita a Netflix.

Popeye, 56 anni, era l’uomo di scorta e il sicario preferito di Escobar. Racconta di aver preso parte alla guerra contro il cartello rivale di Calì e il governo, costata 50 mila morti tra omicidi singoli e plurimi e stragi con autobombe. “Dei suoi 3 mila sicari, siamo rimasti vivi solo in 4”.

Era l’unico fuori di prigione fino a venerdì 25 maggio: “Per noi Pablo Escobar era Dio: non avevamo paura, ci piaceva l’adrenalina, ci piaceva la violenza, eravamo giovani”. In un’intervista difficile e da brividi il sicario si lancia anche in lodi inquietanti a Cosa Nostra: “La vera mafia è italiana, noi siamo la copia, loro sono i professori. Viva la mafia!”.

Il “Popeye pentito” non sembra comunque così pentito. Si esibisce con una Beretta finta con tanto di maschera e ricorda la venerazione per Escobar: “Mi manca, lo sogno ancora. Quando in carcere ho saputo dalla tv che era stato ucciso in un blitz, la mia anima è rimasta congelata, come se avessero ucciso mia madre mille volte”. Per lui ha ammazzato anche la sua donna: “Lei mi usava per tradirlo con l’Antidroga americana. Lui mi ha chiesto di farla fuori e l’ho fatto: nella vita puoi essere leale a una sola persona”.

Durante tutta l’intervista non distoglie mai gli occhi lucidi e freddi da Giulio Golia: “Io sono una leggenda. Sto cercando di andare avanti onestamente. È un gran tesoro poter andare a un supermercato, bersi una birra fredda, camminare per strada: non ha prezzo. Però il fucile è una buona opzione e se ci fosse un uomo interessante, credo che potrei pensarci”.

Guarda qui in basso il servizio completo.

L'ultima puntata

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