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Violenze sui detenuti a Poggioreale: la Cella Zero e il processo che non parte

Rinvii su rinvii e rischio prescrizione a Napoli per i 12 agenti indagati. Noi de Le Iene, vi abbiamo appena raccontato di quei pestaggi e di un nuovo inquietante caso con Giulio Golia

A Napoli il processo per le violenze sui carcerati non riesce a partire. Per anni la Cella Zero è stata il terrore dei detenuti del carcere napoletano di Poggioreale: una cella, vuota e senza numero, una per ogni padiglione, dove migliaia di detenuti sarebbero stati spogliati e picchiati sistematicamente come “punizione” o anche per futili motivi da gruppi di guardie di polizia penitenziaria. Di tutto questo e di un nuovo inquietante caso vi abbiamo parlato nell’inchiesta di Giulio Golia del 20 maggio scorso, che vi riproponiamo qui sotto.

Dopo alcune coraggiose denunce 12 agenti sono stati rinviati a giudizio, a piede libero con le accuse di sequestro di persona, violenza privata e lesioni per pestaggi avvenuti nella Cella Zero tra il 2013 e il 2014.

Ieri c’è stato l’ennesimo rinvio, di 5 mesi, al 22 novembre. Il 15 novembre 2017 c’è stata la prima udienza con la costituzione delle parti civili. La seconda, l’1 marzo, è stata rinviata per un difetto di notifica alle parti. Il 10 maggio il giudice monocratico Lucia Galeota ha rinunciato all’incarico perché ormai troppo vicina alla pensione. Ieri, 31 maggio, è stato rimandato di nuovo tutto di 5 mesi perché non è stato ancora nominato un magistrato per sostituirla, Con il rischio fortissimo che scadano i tempi per la prescrizione e che quindi non si possa comunque arrivare a una condanna tra le proteste dei familiari dei detenuti picchiati in sit in davanti al Tribunale.

L’inchiesta di Giulio Golia, su un carcere che potrebbe accogliere 1.600 detenuti e ne ospita invece 2.300, punta su un nuovo caso di violenze, quelle subite da Roberto Leva. Prima però si parte dalla testimonianza delle vittime dell’epoca della Cella Zero a Poggioreale.

“Poggioreale è una scuola di criminalità”, dice Pietro Ioia che, dopo 22 anni di cella, difende da 12 i diritti dei detenuti. “Migliaia di carcerati sono passati dalle torture di quella cella. Vieni picchiato nudo, nudo come un pesce, e poi coltivi solo odio, odio verso le istituzioni”. “Ti portavano lì e ti pestavano in gruppo”, fa eco un altro ex carcerato. “Con pugni, calci, bacchette, manganelli”: il racconto dell’orrore si arricchisce con i racconti. L’orrore era riservato però solo ai detenuti comuni. I camorristi non li toccava nessuno, come conferma anche un ex boss di Forcella: “E poi, come tornavano a casa?”. Anche in infermeria stavano tutti zitti: “La costola rotta deve guarire da sola”.

Nessuno denunciava, perché spesso si tratta di persone che magari sarebbe finite di nuovo in carcere e l’avrebbero pagata amaramente. Due anni fa un ragazzo, che parla comunque incappucciato, ha trovato il coraggio di farlo. Lui era sicuro: non voleva più tornare in cella. Sono arrivati nuovi racconti e l’inchiesta è partita, con 12 agenti a giudizio. Il processo però no, non riesce a partire.

Intanto a Poggioreale è stato inaugurato un nuovo corso, che il cappellano del carcere don Franco, scrivendoci, ha voluto difendere. Il direttore di Poggioreale, Maria Luisa Palma, fa muro su quanto è successo in passato: “Parlo solo del presente e del futuro”.
 

Violenze sui detenuti a Poggioreale: le foto

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Alcuni giorni fa un nuovo caso ha riaperto però i dubbi sul fatto che le violenze siano davvero finite. Roberto Leva, ex eroinomane in terapia con metadone e gocce per dormire, si ritrova  senza cure in cella dopo l'arresto. Si lamenta: “Anima di mamma! Anima di mamma! ...”. Tanto basta, dice, per venire pestato da 15 agenti. Le sorelle lo ritrovano in ospedale, il giorno dopo finisce in coma (prima foto in alto). Si è ripreso ma le se condizioni in cui è ridotto sono palesi nell’intervista di Giulio Golia. Sul caso è stata aperta una nuova inchiesta. Per il direttore di Poggioreale, Maria Luisa Palma: “Roberto Leva è caduto dal letto faccia a terra quando era in infermeria”.

Come nella conclusione del servizio, che vi riproponiamo qui in basso, vale la pena ripetere che cosa recita l’articolo 27 della nostra Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

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