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Vietato spiare chat del partner, anche quelle aperte. E se è un fake? | VIDEO

Spiare le relazioni online del partner e utilizzare il contenuto delle chat su siti di incontri per il divorzio è reato. Lo ha stabilito la Cassazione: si rischia una denuncia per accesso abusivo e violazione di corrispondenza. Anche se lui o lei le ha lasciata aperte e in bella vista. E c’è un altro rischio: dietro la biondina o il palestrato del flirt del fedifrago potrebbe nascondersi un’amar sorpresa. Come ci ha raccontato Matteo Viviani ci parla di questo business

Spiare le chat private del partner e poi utilizzarle per il divorzio è reato. Lo stabilisce la Cassazione condannando un marito con gli occhi decisamente troppo lunghi, che ora deve rispondere di accesso abusivo a un sistema informatico e violazione di corrispondenza. Vale la pena di prendersi una denuncia, quando poi magari dietro i siti di incontro non ci sono amanti ma operatori pagati per farlo, magari pure del sesso opposto a quello dichiarato? Di che cosa (e soprattutto chi) si nasconda dietro a questo all’anno ce ne ha parlato Matteo Viviani nel servizio che potete vedere qui sopra.

La sentenza si applica anche se computer o smartphone sono stati lasciati inavvertitamente aperti o con le password inserite. La Cassazione lo ha deciso accogliendo il ricorso di una donna contro l'assoluzione dell'ex marito: lui aveva letto e stampato alcune chat private di lei che erano finite nel fascicolo come prova per la separazione.

Quelle chat oltre tutto possono riservare brutte sorprese anche i traditori: dietro quelle relazioni digitali spesso non ci sono sentimenti o passioni vere, ma operatori pagati per farlo. È il caso di chi gestisce le app di incontri per smartphone e siti specializzati che in Italia sono circa 500 per un giro di affari da oltre 26 miliardi di euro.

Noi de Le Iene ci siamo occupati di questo business con Matteo Viviani che ha incontrato una ragazza, operatrice per questi siti di incontri. Viene pagata per fingere di essere qualcun altro e per tirare avanti il più possibile le conversazioni con gli utenti perché, più chattano, più pagano. Per ottenere questo risultato gli operatori vengono addestrati a seguire delle regole ben precise. Come ci spiega la psicologa Ilaria Cadorin, quelle regole sono “una indicazione all’empatia per creare meccanicamente una dipendenza”.

Il datore di lavoro di questa operatrice che chiameremo Chiara non è direttamente la piattaforma d’incontri. Funziona così: i siti pagano delle società che assumono operatori come Chiara per fingere di essere qualcun altro nelle chat. Gli utenti non immaginano di scriversi con degli operatori pagati dai 7 ai 12 euro al giorno, che si conoscono pure tra di loro e hanno delle altre chat dove si trovano, come capita spesso tra colleghi di lavoro. In queste chat si scambiano i messaggi dei clienti e li prendono un po’ in giro. Qui li sorprendiamo a parlare di noi: “Stasera fanno un servizio a Le Iene sui siti di incontri fake, ahahahah”.

In queste chat recuperiamo il nome di una dell’azienda che gestisce alcuni siti di incontri dove gli utenti credono di parlare con persone vere. A quel punto andiamo a trovare l’amministratore delegato: tutto quello che otteniamo e il totale rifiuto a parlare. Strano per uno che vive grazie alle conversazioni.

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