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Chico Forti, italiano all'ergastolo negli Usa: ecco cosa non torna | VIDEO

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Nella seconda puntata dell’inchiesta di Gaston Zama torniamo a occuparci della vicenda di Chico Forti, da 20 anni all’ergastolo negli Stati Uniti per l’omicidio di Dale Pike. Lui si professa innocente: abbiamo raccolto una testimonianza clamorosa da una delle giurate del processo

Chico Forti da venti anni è recluso in un carcere di massima sicurezza negli Stati Uniti. È stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di un uomo a Miami, Dale Pike, figlio del proprietario del “Pike’s Hotel” di Ibiza, trovato morto il 15 febbraio 1998. Sin dall’inizio della vicenda Chico Forti non ha mai smesso di gridare la sua innocenza. Vi abbiamo riassunto la sua storia e quanto sembra essere accaduto quel maledetto giorno nel primo servizio di Gaston Zama, che potete rivedere cliccando qui.

C’è un uomo innocente che ha passato i suoi ultimi venti anni in prigione per incompetenza e corruzione”, sostiene il suo avvocato Joe Tacopina. Nel secondo servizio di quest’inchiesta Gaston Zama cerca ora di ricostruire l’intricato puzzle dell’omicidio di Dale Pike. “Mia figlia mi ha scritto una lettera molto bella: mi ha detto che ha avuto la possibilità di sentire gli auguri che le ho fatto in diretta e mi ha detto ‘grazie per avermi creato, ti voglio bene’”. Sono queste le nuove parole che Chico ci ha detto al telefono.  

Quella che potete leggere qui sotto è la ricostruzione di Chico di quanto accaduto in quei terribili giorni.

Chico va a prendere Dale Pike all’aeroporto di Miami: “Il tragitto che dovevamo fare era andare direttamente a casa”, ci dice. Dale però avrebbe avuto la necessità di comprare le sigarette e Chico si sarebbe fermato a una gas station per comprarle. Scende dalla macchina ed entra nella stazione, mentre il nostro connazionale rimane a bordo. “Dalla cabina telefonica ha fatto una chiamata”, ci racconta. “Un po’ mi sorprese di vederlo nella cabina telefonica, perché nella mia macchina avevo il cellulare”. Mentre è al telefono Chico è di fretta, perché avrebbe dovuto andare all’altro aeroporto di Miami per recuperare suo suocero.

Dopo la chiamata, i due ripartono. Dale non fa una bella impressione a Chico. Dopo la chiamata il ragazzo avrebbe chiesto al nostro connazionale di portarlo a un ristorante e di non preoccuparsi del suo alloggio, perché sarebbe stato con alcuni amici in attesa dell’arrivo in città del padre. “Lo porto così in questo posto che si chiama Rusty Pelican”, ci dice Chico. “Non al ristorante di per sé ma nel primo parcheggio entrando proprio dalla strada”. Lì Dale scende per salire su una macchina, “una Lexus bianca che era già lì quando sono arrivato”. A bordo, sempre secondo il racconto di Forti, c’è un uomo con una camicia bianca e un orologio d’oro al polso.  A quel punto Chico sarebbe andato subito via verso l’aeroporto dove sarebbe dovuto arrivare suo suocero.

Circa 24 ore dopo, il corpo di Dale Pike viene trovato cadavere su una spiaggia non lontana dal Rusty Pelican. “Ho saputo della sua morte il mercoledì quando sono andato da Miami a New York”, dice Chico che tre giorni dopo aveva proprio lì appuntamento con Tony Pike, il padre di Dale, insieme al quale sarebbe dovuto andare agli Mtv Music Awards. Quando atterra a New York e telefona alla persona che doveva incontrare insieme a Tony Pike, questa gli comunica la morte di Dale. A questo punto Chico corre in aeroporto e torna immediatamente a Miami. Aspetta allo scalo il volo di Pike, ma non riesce a incrociarlo e comincia a fare alcune chiamate per capire cosa stia succedendo.

Chico viene contattato dalla polizia e la sera seguente si reca al Police Department solo, senza un avvocato. “Volevo dare tutte le informazioni possibili e cercare di aiutare”, ci racconta. “Non ho una grande dimestichezza con gli interrogatori di polizia, ma quando arrivo mi rendo conto che c’è un’atmosfera diversa da una chiacchierata. La prima cosa che mi viene detta è che a New York è stato trovato il corpo nudo del padre di Dale ucciso nello stesso modo in cui è morto il figlio. Mi si è gelato il sangue”. A quel punto Chico si rende conto che ci sono dei sospetti grandi su di lui.

Alla domanda se avesse visto Dale Pike all’aeroporto, Chico Forti mente e dice di no. La polizia però gli ha teso una trappola: Tony Pike è vivo. “Questa è una cosa inaccettabile”, dice Lorenzo Matassa, magistrato del tribunale di Palermo. “Nel nostro sistema sarebbero finiti in galera”. Chico non riesce a incontrare Tony e a parlargli perché Pike, appena arrivato a Miami, viene prelevato dalla polizia che lo tiene nascosto. Negli Stati Uniti questo tipo di “trappola” da parte degli inquirenti è ammessa.

Non voglio giustificare la mia menzogna”, dice Chico. “Voglio cercare di farti capire il mio stato d’animo in quel momento”. Il giorno dopo però decide di tornare dalla polizia, nuovamente senza avvocato, e svelare la sua bugia e il perché l’aveva raccontata. Su richiesta dei detective porta alcuni oggetti, per svolgere il test del Dna. “Mi rispondo che ormai era troppo tardi, e lì ho capito che le cose stavano precipitando”.

La polizia però sostiene che Chico non abbia rettificato di sua volontà, ma solo perché gli hanno mostrato i dati del suo telefonino che dimostrerebbero che lui era nella stessa zona in cui è stato trovato il cadavere. Lui però ha sempre negato che le cose siano andate così. “E da là è stata la discesa all’inferno”, sostiene. “In quel momento immediato io chiedo la possibilità di avere un avvocato e la detective Carter con un sorriso satirico mi risponde: ‘Troppo facile, adesso no’”.

Chico riesce a chiamare il suo avvocato solamente 14 ore dopo, grazie a un escamotage: mentre è al telefono con la moglie “le ho detto in italiano ‘chiama Paul’ (un avvocato, ndr). Quando le ho detto questo la detective Carter mi ha tolto immediatamente il telefono rendendosi conto che l’avevo fregata. Se non fosse stato per la chiamata a mia moglie mi avrebbero tenuto un’altra giornata senza un avvocato”.

“Nel momento in cui lui ha chiesto un avvocato l’interrogatorio andava fermato”, sostiene l’ex detective Crowley. “Ogni cosa che ha detto dopo la sua richiesta non può essere ammessa come prova”. In quell’interrogatorio però sarebbe successa una cosa ancora più grave: secondo il racconto di Chico all’ex reggente del consolato italiano a Miami, i poliziotti gli avrebbero preso le foto dei figli, le avrebbero strappate e gli avrebbero detto “tu non li rivedrai mai più”.

Secondo il nostro connazionale quel trattamento che la polizia gli ha riservato sarebbe dovuto al documentario “Il sorriso della Medusa” che lui aveva girato sull’omicidio di Gianni Versace. Nel video si analizzava il presunto suicidio del serial killer Andrew Cunanan, autore dell’omicidio. Secondo Chico l’uomo sarebbe stato prima ucciso e poi portato nel luogo dove è stato ritrovato. Così si metteva di fatto in dubbio la ricostruzione della polizia di Miami, che non avrebbe gradito.

È da lì che iniziano i suoi problemi”, ci dice l’amico Francesco Guidetti. “Le menzogne, le falsificazioni e le altre cose che hanno fatto sono incredibili”, sostiene Chico. Eppure sarebbe esistito un semplice modo per dimostrare se ha ragione Forti o la polizia nel caso: guardare le registrazioni del secondo interrogatorio. Quelle registrazioni però non ci sono: esistono due versioni discordanti, o che siano andate perdute o che non siano mai state fatte. La detective Carter, comunque, al processo sostenne di aver avuto l’attrezzatura necessaria a fare la registrazione degli interrogatori. Tuttavia nega che la registrazione sia mai stata fatta. Secondo Chico invece c’era una telecamera in funzione.

Esiste con certezza solamente una trascrizione di quell’interrogatorio, interrogatorio che però avvenne il 20 febbraio 1998: la trascrizione però venne fatta solo dal 7 giugno al 30 luglio del 1998, circa 120 giorni dopo, sulla base dei ricordi dei detective. C’è anche un’altra cosa incredibile: durante il processo la detective Carter ammette che Chico era un sospettato già dal primo interrogatorio e che non gli erano stati letti i suoi diritti. Le registrazioni di tantissime altre persone interrogate durante le indagini, invece, ci sono.

“Sembra che in questo caso la polizia sia stata capace di cavarsela dicendo bugie, bugie su bugie”, sostiene l’avvocato di Chico Forti, Joe Tacopina. “E Chico per aver detto una sola bugia, come conseguenza della loro bugia, è da venti anni in prigione”.

Anche la scena del crimine sembra essere frutto di una falsità: accanto al cadavere di Dale Pike, trovato senza vestiti in un cespuglio vicino alla spiaggia, c’era il biglietto aereo con cui era arrivato a Miami. Biglietto che era stato comprato da Chico Forti su richiesta del padre Tony Pike. Oltre a questo vicino al corpo c’è anche una scheda prepagata, da cui sono state recuperate solo tre chiamate a vuoto tutte verso il numero di Chico. “Se Forti fosse l’assassino, avrebbe lasciato la scheda telefonica per la polizia per identificarlo come il colpevole!?”, si chiede Joe Tacopina.

Secondo l’ex detective Sean Crowley della polizia di New York quella scena del crimine sembra esser stata manipolata. “E non c’è scritto in nessun report della polizia”, sostiene. Sulla scheda telefonica trovata a fianco al corpo, tra l’altro, non ci sono nemmeno le impronte digitali di Dale Pike: come può aver preso la scheda senza mai toccarla con le mani? E ci sono anche altre cose che non tornano sulla scena del crimine, come potete sentire nel servizio qui sopra.

C’era comunque un elemento che poteva dimostrare la versione di Chico Forti su quanto accaduto la sera dell’omicidio di Dale: ricordate la chiamata dalla cabina telefonica, di cui vi abbiamo parlato all’inizio? Ebbene secondo il tabulato presentato durante il processo, non fu fatta nessuna chiamata dal quella cabina: per l’accusa questo dimostrava che Chico stava mentendo di nuovo. Peccato che quel tabulato fosse riferito al 15 febbraio del 1999, non del 1998. Un anno esatto dopo. La detective Carter ammise di aver analizzato per errore il tabulato dell’anno successivo. “Era una prova evidente che poteva scagionare Chico, e non potremo mai scoprire chi Dale Pike avesse chiamato. Per l’incompetenza della polizia, o la corruzione, non avremo mai quella risposta” dice Joe Tacopina. Quando i legali di Chico chiesero di avere i tabulati giusti, le registrazioni erano sparite.

Chico Forti è stato incastrato”, sostiene l’ex reggente del consolato italiano a Miami. C’è anche un altro elemento che non è mai stato considerato durante le indagini: esiste davvero l’uomo sulla Lexus bianca su cui sarebbe salito Dale Pike, descritto da Chico? E se sì, chi era?

Sono davvero tanti i quesiti aperti intorno alla storia di Chico Forti, che per l’omicidio di Dale Pike è stato condannato all’ergastolo. Per l’accusa il movente era una presunta truffa che Chico voleva compiere ai danni di Tony Pike, comprando il suo hotel a Ibiza a un prezzo molto più basso del valore di mercato. Vendita a cui Dale sarebbe stato invece molto contrario: sempre secondo l’accusa, dopo aver scoperto il tentativo di truffa il ragazzo era volato a Miami per bloccare la trattativa e Chico aveva così deciso di ucciderlo. Ipotesi che, come vedremo, fu fatta a pezzi, come vi racconteremo nei prossimi appuntamenti di quest’inchiesta.

A fronte della totale assenza di prove contro Chico, cosa ha spinto i giurati e il giudice a condannarlo? Difficile dare una risposta. “Questo è uno scandalo a cui dovrebbe dare seguito lo stato italiano”, afferma l’amico di Chico, Francesco Guidetti.

C’è però un ultimo, il più grande, colpo di scena: la giuria che ha condannato Chico si è espressa all’unanimità, come prevede la legge americana. Tra i giurati c’era anche Veronica Lee, all’epoca giovanissima, che poco tempo fa ci ha scritto questo messaggio: “L’intero processo è stato una cazzata, e molte informazioni in quell’aula di tribunale sono state nascoste. Inoltre ricordo di essere stata bullizzata dagli altri giurati perché credevo che ci fosse un ragionevole dubbio” sulla innocenza di Chico. Ebbene, noi siamo riusciti a sentirla.

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