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Cremazioni multiple e bare aperte a Biella: i Ravetti a processo | VIDEO

È stata fissata l’udienza del processo ai fratelli Ravetti accusati di aver effettuato cremazioni multiple nel loro forno crematorio a Biella. Uno scandalo documentato con i video registrati dai dipendenti che ci ha mostrato Andrea Agresti nel suo servizio

È fissata per l’8 gennaio l’udienza del processo ai fratelli Ravetti, titolari del forno crematorio di Biella. Sono accusati di tre doppie cremazioni, falso per le correzioni sul registro e di 14 violazioni di sepolcro. Ci ha parlato della vicenda Andre Agresti nel servizio che potete vedere qui sopra.

Nessuno dei nostri clienti ha accettato il risarcimento”, dice l’avvocato Alessandra Guarini che rappresenta sette parti offese. Sono quelle famiglie che vogliono andare a processo contro i Ravetti per truffa, per aver estratto le salme dei loro cari dalle bare e di averle inserite in cartoni per le cremazioni con altri defunti. Tutto questo per risparmiare tempo e guadagnare di più.

Altrettante famiglie della quindicina identificate dalla Procura avrebbero accettato il risarcimento. Questo sarebbe stato un modo per tentare di chiudere il processo con un patteggiamento invece di rischiare un giudizio.

Lo scandalo è scoppiato grazie ad alcuni dipendenti che stanchi di quella situazione hanno filmato tutto. “Ci veniva chiesto, per accontentare il continuo incremento delle cremazioni, di aumentare le bare all’interno del forno. Magari con due o tre bare alla volta. A gestire tutto erano i fratelli Ravetti”, sostiene uno di loro. “Vigeva la regola di andare sempre più veloci per consegnare le ceneri. Se invece di fare 6 o 7 cremazioni diventavano anche 14 è ovvio che le entrate raddoppiavano”.

Secondo un documento dell’Asl di Biella nel solo 2017 sono state eseguite 3.520 cremazioni: sarà la magistratura ad accertare le responsabilità. Ma non è tutto. I fratelli Ravetti avrebbero imposto anche tempi di cremazione. Sul loro sito parlano di almeno 3 ore. “Noi invece lo facevamo entro 60 minuti”, sostiene il testimone. Ma ci sono materiali come lo zinco che hanno bisogno di tempi molto più lunghi per bruciare: “Si apriva la cassa con un’ascia o un’accetta e si bruciava la persona mettendo il corpo in una cassa di cartone”. Nei filmati consegnati alle forze dell’ordine si vede bene questa pratica.

In questo orrore il Comune dov’era? Si chiedono oggi i parenti dei defunti. Due dipendenti sono indagati perché non avrebbero effettuato i dovuti controlli su chi gestiva il forno crematorio. Contro i due si ipotizza il reato di omissione d’atti d’ufficio, perché non avrebbero controllato le attività della società che gestisce l’impianto di cremazione.

esclusiva web

Lo studio della Società italiana di medicina ambientale sul collegamento tra inquinamento e coronavirus, di cui noi vi abbiamo parlato già a marzo, è stato pubblicato sul British Medical Journal confermando le evidenze iniziali: le polveri sottili presenti nell’aria hanno “aperto un’autostrada al coronavirus”. Per prevenire una seconda ondata bisognerebbe usare la “mascherina anche all’esterno dove non fossero assicurate distanze di almeno 6-8 metri”

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