La mega villa del boss? Sequestrata e sgomberata sì, ma ancora abbandonata
Con Alessandro De Giuseppe vi abbiamo raccontato la storia assurda della villa palermitana del boss di mafia “Scarpuzzedda”, sequestrata dallo Stato ma subito occupata da abusivi. Un anno dopo gli abusivi non ci sono più, ma tutto è ancora vuoto e inutilizzato. E alle aziende di mafia sequestrate va ancora peggio
Vi ricordate la vicenda assurda della villa del boss di mafia sequestrata dallo Stato e occupata dagli abusivi? Ve ne abbiamo parlato nel servizio che potete rivedere qui sopra con Alessandro De Giuseppe.
Una mega villa appartenuta a quello che è stato definito uno dei killer più sanguinari di Cosa nostra, al quale sono stati attribuiti più di cinquanta omicidi, tra cui anche l’agguato mortale al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e che era stata confiscata dallo Stato a fine anni Ottanta. Quella casa, in teoria, avrebbe dovuto divenire parte del comando provinciale dei carabinieri di Palermo.
Non solo non erano arrivati i Carabinieri, ma l’immobile era stata occupata abusivamente da otto famiglie con bambini piccoli. Una ventina di persone in totale, tra cui anche un neonato e una donna incinta. Tra questi occupanti abusivi, beffa nella beffa, c’era addirittura Vito, che tra quelle mura scontava gli arresti domiciliari.
Il tutto sotto gli occhi dello Stato.
“È casa nostra finché non ci buttano fuori”, hanno raccontato gli abusivi ai microfoni de Le Iene. “Se ci volevano buttare fuori, lo avevano già fatto”.
Alessandro De Giuseppe era andato allora a chiedere spiegazioni all’allora sindaco di Bagheria, Patrizio Cinque, a cui il bene era stato affidato dal 2015. Ma il sindaco, dopo aver spiegato di aver fatto tutto il possibile per scoraggiare gli occupanti a restare, aveva dovuto arrendersi all’evidenza e passare la palla alla prefettura. La Iena va allora in prefettura: qui negano perfino che il sindaco abbia mai inoltrato una richiesta di sgombero. Insomma, il classico pasticcio all’italiana.
A quasi un anno da quello sgombero, volere sapere come è andata a finire? È ancora tutto completamente fermo.
Gli occupanti abusivi, durante lo sloggio, si sono portati via tutte le proprie cose. La villa di “Scarpuzzedda” è stata sì regolarmente recintata, ma non ancora assegnata. A cambiare è stata solo l’amministrazione comunale, mentre la casa resta vuota e inutilizzata.
Un’assurdità in una vicenda già di per sé assurda e che racconta molto del destino dei beni sequestrati alla criminalità organizzata in Italia. Un destino fotografato oggi anche da un’inchiesta de “Il Fatto Quotidiano”, a vent’anni abbondanti dall’approvazione della rivoluzionaria Legge 109, che ha permesso la confisca e il sequestro dei beni dei mafiosi.
I numeri parlano chiaro: solo una di quelle aziende su 10 continua a produrre dopo il sequestro da parte dello Stato. Analizzando i dati dell’Anbsc (l’Agenzia nazionale che si occupa proprio di questo), “il Fatto Quotidiano” parla di ben 600 aziende lasciate “marcire” ogni anno, per un danno economico di 10 miliardi di euro.
Calabria e Sicilia sono le due regioni più colpite da questo fenomeno, dove più si sequestra e dove più che altrove queste aziende muoiono per sempre. A colpire duro, dopo il sequestro, sarebbero una serie di cause, che vanno dalle lungaggini della burocrazia ai dubbi delle banche, non sempre intenzionate a continuare a finanziare queste imprese. Imprese che probabilmente, spiegano gli esperti del fenomeno, sono anche più deboli e meno competitive perché non più sotto “l’ombrello protettivo” dei clan.
L’ultimo dato dell’Anbsc spiega come al settembre 2019, per l’anno in corso, sono state 3011 le aziende confiscate e in gestione. Di queste, appena 1009, sono quelle tornate alla produzione. Quante di loro però, questa è la vera domanda, saranno ancora in attività tra un anno?