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Autobomba a Limbadi, forse scongiurata la scarcerazione degli imputati

Il 43enne Matteo Vinci salta in aria il 9 aprile 2018 per una bomba messa sotto la sua auto, come vi abbiamo raccontato nel drammatico servizio di Gaetano Pecoraro. La sua colpa? Non voler cedere alla potente cosca di ‘ndrangheta dei Mancuso 50 metri quadrati di terra. Solo ieri il legale di famiglia invocava l’aiuto del ministro della Giustizia, perché una mancata notifica rischiava di portare alla liberazione dei 5 imputati. Oggi finalmente arriva la bella notizia

Si starebbe risolvendo positivamente la questione della mancata notifica a una degli imputati per la morte del giovane biologo 43enne Matteo Vinci, ucciso il 9 aprile di un anno fa da una bomba piazzata sotto la sua vettura a Limbadi, in  Calabria (una tragica vicenda che potete rivedere qui sopra nel servizio di Gaetano Pecoraro).

La notizia, confermataci da una nostra fonte, è che questa mancata notifica cartacea non inficerebbe lo svolgimento dell’udienza processuale, e ciò scongiurerebbe dunque il rischio che i genitori di Matteo Vinci si ritrovino per strada i presunti assassini del figlio.

Solo un giorno fa il legale della famiglia, Giuseppe De Pace, aveva lanciato l’allarme: "Se la notifica agli imputati non dovesse arrivare entro l’11 giugno, si rischierebbe un ulteriore rinvio e il 26 scatterebbero poi i termini della custodia cautelare”. Scadenza dei termini che avrebbe significato libertà dunque per i 5 imputati dell’autobomba che ha ucciso Matteo Vinci, esponenti della potente cosca di ‘ndrangheta dei Mancuso, alcuni dei quali abitano a meno di 100 metri dalla famiglia Vinci-Scarpulla.

Venerdì scorso si sarebbe infatti dovuta svolgere l’udienza preliminare a carico dei cinque, saltata a causa di un’omessa notifica a un’imputata. Per un altro dei 5 imputati poi, l’anziano Domenico Di Grillo, si sarebbe constatata l’impossibilità di partecipare all’udienza in videoconferenza, a causa di cattive condizioni di salute. E la famiglia di Matteo Vinci, per bocca del suo legale, aveva confessato “Siamo letteralmente terrorizzati. Temiamo il pericolo del dissolvimento del processo”.

Sara Scarpulla, la coraggiosissima madre di Matteo Vinci, aveva spiegato a Le Iene: “non ho paura per me ma per mio marito Francesco. Alcuni esponenti liberi di quella famiglia continuano a farci stalking, li abbiamo incontrati per strada in presenza dei carabinieri. Da un po’ di tempo – ha raccontato ancora la Scarpulla – mio marito Francesco è molto cambiato: in modo quasi ossessivo torna quasi tutti i giorni nel suo terreno, nel punto in cui è stato aggredito brutalmente a colpi d’ascia, per pulire per terra”. L'uccisione sarebbe avvenuta proprio per 50 metri quadri di terra contesa fra la cosca e la famiglia Vinci. E proprio là, dove a distanza di mesi da quel primo tentato omicidio, Le Iene avevano trovato uno dei denti di Francesco strappati da un colpo di ascia e numerose macchie di sangue ormai asciugate dal sole.

Solo qualche mese fa l’ennesimo sfregio alla memoria del giovane ucciso, con il parroco che aveva negato la chiesa San Pantaleone di Limbadi a un concerto in occasione del primo anniversario della morte di Vinci.  

“La Chiesa è un luogo di culto e di preghiera, non di spettacolo”, aveva spiegato Don Ottavio Scrugli.

 

 

 

dopo il nostro servizio
Hatem Moustafa, il padre della ragazza italiana di origini egiziane morta dopo essere stata brutalmente picchiata in Inghilterra da un gruppo di giovanissime bulle come vi abbiamo raccontato con Pablo Trincia, commenta la condanna per due di loro a 8 e 12 mesi: “Una parente mi ha riso in faccia, sono in guerra da solo contro l’Inghilterra, per salvare la mia famiglia: perché l’Italia non mi aiuta?”

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