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Migranti in Libia: "Torturato perché ha parlato, il governo lo aiuti”| VIDEO

Un rifugiato nel campo di Tajoura in Libia sarebbe stato torturato per avere denunciato ai giornalisti lo stato in cui vivono. “Non ho più notizie di lui, potrebbero avergli fratturato la gambe”, denuncia la blogger Sarita Fratini. Delle condizioni di alcuni campi di detenzioni in Libia, dove operano alcune ong italiane, ce ne siamo occupati anche noi de Le Iene

La Libia è come un inferno. A parole non si può descrivere, lo devi vivere sulla tua pelle per capire”. Questa era solo una delle testimonianze dei rifugiati raccolte da Gaetano Pecoraro, che nella sua inchiesta ha voluto fare luce sui fondi pubblici destinati ad alcune ong che operano nei campi libici. E' di oggi una nuova denuncia, che se confermata aggiungerebbe nuovo orrore a quello che accade al di là del Mediterraneo.   

“Nel campo di concentramento di Tajoura in Libia, le guardie hanno torturato un mio contatto e gli hanno spezzato le gambe”, sostiene la blogger Sarita Fratini nel video che potete vedere qui sopra. Secondo il suo racconto, il migrante sarebbe stato chiuso in una cella di tortura. “L’hanno torturato con la corrente elettrica e pare gli abbiano spezzato entrambe le gambe. L’hanno preso e portato via. Io ora non so se sia vivo”, dice Sarita.

All’interno di questo campo sono attivi dei progetti finanziati dal governo italiano. Qualche mese fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini era stato in visita in uno di questi campi della Libia. “Mostrava stanze con letti e frigoriferi, ma la realtà è molto diversa”, dice Sarita. “Non si può dire che siano campi di prigionia o di tortura”, aveva detto con una velata ironia Salvini nel video che aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook.

“Il mio amico mi stava raccontando che tutti gli aiuti italiani finiscono nelle mani delle guardie, nulla finisce ai rifugiati”, prosegue Sarita. Il timore più grande è che queste torture possano ora coinvolgere altre persone. “Le guardie stanno interrogando altri rifugiati, probabilmente li tortureranno se non facciamo qualcosa”. Per questo la blogger si rivolge al governo italiano: “Facciamo qualcosa per salvare la vita a questo ragazzo di cui non si hanno più notizie e che potrebbe essere stato torturato”.

Gaetano Pecoraro ha incontrato 9 ragazzi che per mesi sono stati nei centri libici per migranti. In particolare ci siamo focalizzati su quelli di Triq Al Sika e Triq Al Matar a Tripoli. Le ong, finanziate con soldi pubblici italiani, avrebbero dovuto migliorare le loro condizioni di vita dei migranti fornendo caldaie, kit igienici, assistenza psico-sociale e una clinica mobile. “Ho visto cose orribili”, spiega un migrante a Pecoraro. “Peggio di tutte le altre che ho vissuto. Buio, caldo, mancanza di cibo. Siamo sempre in piedi, non c’è nemmeno un posto per sedersi”.

Raccontano di poco cibo e assenza di posti per dormire. “Prima di mangiare ti picchiavano a mani nude, lo faceva un poliziotto”, racconta un altro ragazzo. “Triq al Sika? Era un incubo continuo”, gli fa eco un altro. Cambiando campo, le condizioni sembrano ben peggiori. “Era un grande capannone con 1.400 persone”, spiega un migrante a proposito di Triq al Matar.

“C’era sempre il problema del bagno perché per 1.400 persone ne funzionavano solo due”. Qui però non si vivono solo disagi, nel suo racconto c’è un altro incubo. “Ti torturano finché non perdi i sensi, il dolore lo senti solo dopo”, sostiene. “Ti fanno sedere su una sedia e ti legano mani e piedi, poi ti ribaltano e ti torturano i palmi delle mani e le piante dei piedi”.

Il loro obiettivo però a quanto pare non è quello di uccidere. “Noi siamo soldi per loro”, dice un altro ragazzo. In base al loro racconto, chi è in questi centri si ritroverebbe nelle mani dei trafficanti che in cambio della libertà pretendono soldi. “Quando gli ho detto che non li avevo, hanno iniziato a picchiarmi con una catena di ferro”, sostiene un altro migrante. “Mi hanno legato un cavo elettrico ai piedi e mi hanno coperto. Mi facevano arrivare la corrente direttamente alle caviglie. Più urlavo, più mi picchiavano”.

In base ai loro racconti, i casi di tortura sarebbero quotidiani. “Un giorno hanno portato un somalo e con il trapano hanno iniziato a bucargli i palmi delle mani”, sostiene un altro ragazzo del campo di Triq al Matar. “Io invece ho un dente d’oro e una guardia voleva cavarmelo con una pinza”, è la testimonianza di un altro ancora. Nei mesi di permanenza nei centri, i migranti sostengono di non aver mai visto né medici né psicologi. “Non ho visto nessuno, anzi c’era gente accanto a me gravemente malata”.

Dopo il nostro servizio, qualcosa si è mosso. I parlamentari Quartapelle, Procopio, Fassino, Scalfarotto, Minniti, Guerini, De Maria e La Marca hanno presentato un’interrogazione parlamentare per fare luce sulle attività dei campi libici.

Guarda qui sotto il servizio di Gaetano Pecoraro sui campi in Libia.

Torniamo sul caso furbetti della raccolta dei rifiuti di Roma sollevato dall’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti. Lo facciamo perché la sindaca Virginia Raggi continua a dare versioni diverse, sia sull’utilità della nostra segnalazione sia sulla commissione di controllo di Ama che avrebbe dovuto vigilare sugli operatori della raccolta. E crediamo che adesso la capitale meriti risposte definitive

L'ultima puntata

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