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‘Ndrangheta: estraneo l'ex calciatore Vincenzo Iaquinta. Il padre condannato a 19 anni | VIDEO

Vincenzo Iaquinta, condannato a due anni nel processo Aemilia per un’irregolare custodia di armi, è stato ritenuto dai giudici estraneo all’associazione mafiosa. Il padre, condannato a 19 anni, sarebbe invece una figura “strategica all’interno del sodalizio criminoso”

L’ex calciatore della Juventus e campione del mondo, Vincenzo Iaquinta, condannato in primo grado a due anni per un’irregolare custodia di armi, è stato ritenuto dai giudici estraneo all’associazione mafiosa. Il padre Giuseppe, imprenditore edile, è stato invece condannato a 19 anni nello stesso processo Aemilia, il più grande sulla mafia calabrese al Nord.

“I giornali mettono solo: due anni a Iaquinta per ‘ndrangheta. È la cosa più brutta che ti può capitare”, aveva detto l’ex calciatore a Giulio Golia nella prima intervista rilasciata dopo la sentenza, nel novembre scorso. Ora, nel motivare la sentenza, i giudici scrivono che “l’estraneità all’associazione mafiosa e lo strettissimo rapporto personale con il padre lasciano il dubbio che egli non abbia agito nel perseguimento di finalità tipica contestata, bensì al solo scopo di aiutare il padre”. Giuseppe Iaquinta, il padre, sarebbe invece una figura “strategica all’interno del sodalizio criminoso”.

“Sono stanco di questa situazione”, ci aveva detto Iaquinta. “Mio padre è calabrese, siamo di Cutro. Essere di quel paese non significa essere ‘ndranghetista. A me la ‘ndrangheta non interessa, non fa parte della mia famiglia”.

Secondo i giudici, il padre del calciatore “rappresenta una delle figure maggiormente importanti, strategiche, all’interno del sodalizio criminoso”. La Procura aveva contestato a Vincenzo l'aggravante di aver agito per agevolare l'associazione 'ndranghetistica.

L’ex calciatore ci aveva raccontato di aver preso il porto d’armi con due armi dichiarate. Poi, “nel 2014 mia sorella mi chiese se poteva andare ad abitare a casa mia dove detenevo regolarmente queste armi. Mio padre a mia insaputa per sicurezza ha preso queste armi e le ha trasferite a casa sua in cassaforte. È stata un’ingenuità”. Infatti non solo gli spostamenti di un’arma vanno sempre dichiarati, ma vista l’interdittiva che già aveva il padre, a casa sua non ci sarebbero comunque potute stare.

Secondo i magistrati la cosca calabrese di Nicolino Grande Aracri, che comanda a Cutro, in provincia di Crotone, avrebbe contaminato l’Emilia-Romagna infiltrandosi con i suoi sodali cutresi nel tessuto economico e nelle amministrazioni locali della regione. Il processo ha visto 119 condanne tra cui, appunto, quelle a Vincenzo e Giuseppe Iaquinta.

“Un giorno mi sono fermato al McDonald’s”, aveva raccontato l’ex calciatore a Giulio Golia. “Una signora che era alla cassa mi ha riconosciuto: ‘Ah, c’è Iaquinta’. E di là quello che lavava i piatti ha detto: ‘Ah, quel mafioso!’. E io c’avevo i bambini in macchina”.

“Ci sono state 119 condanne, hanno parlato solo di Giuseppe e Vincenzo Iaquinta. A essere famosi ci sono i pro e i contro”. 

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