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Uccide il padre, la legittima difesa di Deborah. E la nuova vita di Luigi

Deborah Sciacquatori, 19 anni, di Monterotondo, in provincia di Roma, ha ucciso il padre dopo anni di violenze e maltrattamenti in famiglia. Per la Procura di Tivoli si tratterebbe di un eccesso di legittima difesa. Pablo Trincia ci ha appena raccontato la storia di Luigi che anche lui per difendersi dal papà violento lo ha ucciso e in carcere ha trovato la forza di rinascere

Figli che uccidono i padri dopo anni di violenze, aggressioni e maltrattamenti in famiglia. All’alba di domenica Deborah Sciacquatori ha ucciso il papà a Monterotondo, in provincia di Roma. Allo stesso gesto 10 anni fa è arrivato Luigi Celeste, come ha raccontato a Le Iene nel servizio che potete vedere qui sopra. 

Siamo a Monterotondo, in provincia di Roma. Deborah, 19 anni, ha ucciso il padre Lorenzo Sciacquatori, 41enne, disoccupato e con precedenti penali. "Papà, papà. Perdonami, papà, non volevo. Non mi lasciare, papà, io ti voglio bene". Sono le parole pronunciate dalla figlia, prima che l’uomo morisse. In base al suo racconto alle forze dell’ordine, l’uomo da tempo era violento nei confronti della figlia, della moglie e della suocera. Era anche in cura al Sert cittadino per uso di droghe.

Tutti vivevano sotto lo stesso tetto. Domenica mattina, il 41enne si è presentato a casa all’alba ubriaco. “Ha iniziato a inveire contro mia mamma Antonia”, racconta la figlia. “Impaurita ho preso la nonna e ci siamo chiusi in una stanza”. Ma in base al suo racconto, l’uomo ha iniziato a minacciare la moglie. Una situazione che si è ripetuta più volte nell’appartamento. “Ho preso un coltello dalla cucina per difendermi, non per uccidere”, continua Deborah. Le tre donne hanno lasciato la casa, ma l’uomo le ha seguite anche nell’androne condominiale, una casa popolare di via Aldo Moro. A questo punto la situazione è sfuggita di mano, ne nasce una colluttazione. Deborah, boxeur come il padre, ha deciso di bloccarlo con un pugno e forse anche con una coltellata: "Non volevo facesse male alla nonna, avevo paura che l'avrebbe ammazzata". Si accorge che il padre sta male e pochi istanti dopo muore tra le sue braccia.

I vicini hanno confermato le continue violenze in quell’appartamento. La situazione era nota ai Servizi sociali e anche ai carabinieri che avevano arrestato in precedenza il 41enne per resistenza a pubblico ufficiale. In queste ore sui social ci sono migliaia di messaggi di solidarietà nei confronti della 19enne che stava preparando la maturità. Intanto, questa mattina la Procura di Tivoli ha fatto tornare in libertà Deborah che ora è accusata per un eccesso di legittima difesa.

Agli inquirenti la 19enne ha raccontato che la mamma era ormai una “schiava” del padre che la picchiava e la umiliava. Le stesse scene che ha visto Luigi Celeste, come ci ha raccontato Pablo Trincia, nel servizio che potete vedere sopra.

“Sparai verso mio padre, scaricai l’intero scaricatore”. Inizia da qui il racconto di quel 20 febbraio 2008, quando 23enne ha impugnato una Beretta e ha sparato contro suo papà. Questa però non è solo la storia di un parricida, è quella di due vite completamente diverse vissute dallo stesso ragazzo e separate da quell’atroce omicidio.

La prima vita di Luigi è quella caratterizzata da quel padre violento. “Nella sua vita ha scontato più di 23 anni di carcere”, dice il figlio. “Sfogava la sua debolezza mentale con la gelosia verso nostra madre che ha perso tutti i denti per le botte prese da lui”. Quando Luigi ha 10 anni, la donna prende il coraggio e denuncia. L’uomo perde la patria potestà, lei finisce in comunità e i figli vengono affidati ai servizi sociali. A 18 anni, Luigi diventa uno skinhead di estrema destra. Nel 2004 partecipa a una rissa e si prende 9 mesi di carcere.

Scontata la pena ritorna a casa, dove nel frattempo si presenta il papà anche lui in uscita da galera. Luigi non è più un bambino e si sente al livello del padre. Per la giornata della donna del 2007, il fratello di Luigi regala alla madre delle mimose. Il padre pensa a una relazione incestuosa tra i due. “Inizia l’inferno per noi e le minacce per mio fratello”, dice Luigi. Riprendono anche le botte per la donna. Luigi vuole difenderli. Il padre si presenta gli mostra un coltello facendogli intendere di essere sempre armato.

Luigi recupera un’arma e se la mette in tasca. “Così mi sentivo più tranquillo”, dice. Qualche sera dopo, durante una lite, il papà tira fuori il coltello. “Quella situazione doveva finire, quindi presi la pistola e iniziai a sparare scaricando l’intero caricatore”, racconta Luigi. Dopo l’omicidio, lui si consegna. Così finisce la sua prima vita. 

Viene condannato a 12 anni di carcere, poi ridotti a 9: “Mi sono detto che dal carcere doveva rinascere una nuova persona. Ho iniziato a studiare buttandomi a capofitto nell’inglese e nell’informatica”. Frequenta corsi di networking che possono dargli un’opportunità lavorativa una volta uscito. Dopo un anno di reclusione, sostiene un esame ed è il primo detenuto in Italia a ottenere questa certificazione.

Oggi è un uomo libero. È un tecnico specializzato nella sicurezza informatica e riesce anche a girare il mondo. Rispetto al passato non ha rimorsi. “Uccidere una persona è sbagliato, ma quando non hai alternative per vivere…”, dice. “Io sono a posto con la mia coscienza. Non avevo alternative”. 

Torniamo sul caso furbetti della raccolta dei rifiuti di Roma sollevato dall’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti. Lo facciamo perché la sindaca Virginia Raggi continua a dare versioni diverse, sia sull’utilità della nostra segnalazione sia sulla commissione di controllo di Ama che avrebbe dovuto vigilare sugli operatori della raccolta. E crediamo che adesso la capitale meriti risposte definitive

L'ultima puntata

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