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News | di Giulio Melis |

Silvia Romano, c'è un italiano dietro lo sciacallo che chiede il riscatto?

Da sei mesi un uomo si presenta via email e telefono come Yusuf Aden, uno dei presunti rapitori della cooperante italiana Silvia Romano, e chiede 15 bitcoin per rilasciarla. Lilian Sora, presidentessa della onlus Africa Milele con cui lavorava Silvia, dice in esclusiva a Iene.it: “Dietro di lui però credo ci sia un italiano”. Ecco perché

“C’è uno sciacallo che da sei mesi manda email con una richiesta di riscatto per la liberazione di Silvia Romano. Penso che dietro questa persona che scrive ci sia in realtà un italiano”. A raccontare per la prima volta a Iene.it di uno sciacallo che starebbe usando il rapimento della volontaria milanese per fare soldi e della possibilità che dietro di lui ci sia un italiano è Lilian Sora, presidentessa di Africa Milele, l’onlus con cui Silvia Romano lavorava in Kenya quando è stata rapita il 20 novembre del 2018.   

Ricostruiamo passo per passo la vicenda, dopo avervi raccontato una settimana fa della denuncia per pedofilia fatta da Silvia nove giorni prima del sequestro.

LE EMAIL DI YUSUF ADEN
Chi c'è dietro le email di richiesta di riscatto e perché lo sta facendo? Tiziana Beltrami, la referente di fatto di Africa Milele, ne parla in questo audio WhatsApp:

“C’è stata una richiesta di riscatto il 21 novembre, il giorno dopo il rapimento di Silvia, in cui hanno chiesto 20 bitcoin del valore di quasi 80mila euro", dice la Beltrami rivolgendosi a una volontaria. "La richiesta è stata fatta da un tizio che all’inizio è stato ritenuto non attendibile, poi alla fine è uscito fuori che era il nome di uno dei tre soggetti usciti in fotografia”. 

Tiziana Beltrami fa riferimento Yusuf Aden, nome con cui vengono firmate le email di richiesta di riscatto per Silvia. Il nome è lo stesso di una delle quattordici persone indagate dalla polizia keniota due giorni dopo il rapimento di Silvia Romano. Dato per latitante, si è scoperto in seguito che era morto almeno sei mesi prima del 20 novembre.

 

UN ITALIANO DIETRO LE EMAIL?
Dietro quelle email di richiesta di riscatto, secondo Lilian Sora, come vi abbiamo detto, potrebbe esserci un italiano. A sospettarlo è anche Tiziana Beltrami, che in un audio WhatsApp dice: “C’è un’altra email in cui il rapitore dice: 'Loro non vogliono pagare, non hanno risposto, cosa facciamo? Uccidiamo la ragazza?’ Questo messaggio è rivolto a un certo XXX [nome omesso dalla redazione, quello di un italiano che vive in Kenya, ndr]" 


Si è trattato di un clamoroso errore di chi ha scritto quella email, che ha lasciato il nome del presunto complice in un messaggio inoltrato e destinato ad Africa Milele, o di un modo per depistare le indagini e gettare fango su una persona di cui preferiamo, anche per questo, tutelare l’identità?

La Beltrami chiede alla volontaria a cui invia il messaggio audio WhatsApp: "Chi cazzo è XXX nella vita di Lilian Sora o di Silvia? Io e Lilian abbiamo cercato di investigare per arrivare alla conclusione che forse è coinvolto XXX”. 

LE TELEFONATE
Di Yusuf Aden, che avrebbe firmato le due prime email di cui parla Tiziana Beltrami con la richiesta di riscatto, parla anche Lilian Sora. La presidentessa di Africa Milele racconta a Iene.it una vicenda ancora più incredibile: “È lo stesso nome con cui una persona da almeno sei mesi chiama e manda email: mi ha anche chiamata, penso proprio sia un keniano”.

La presidentessa di Africa Milele spiega: “Da sei mesi questa persona manda email: la prima è arrivata il giorno dopo il rapimento e la seconda il 25 novembre. Io ci ho parlato, mi ha chiamato una mattina da un numero americano dello stato dell’Illinois, penso uno di quei numeri che si comprano su internet. Si è presentato come Yusuf Aden: è una persona non giovane, direi di mezza età. Dal suo inglese e dal modo di parlare credo che sia un keniano, però noi pensiamo che dietro di lui ci sia un italiano".

 

LE CONOSCENZE ITALIANE DI "YUSUF ADEN"
Perché? Lo spiega ancora Lilian Sora: "Nelle email che continua a scrivere infatti c’è uno studio attento di cose che accadono in Italia: le email arrivano a giornalisti italiani che si stanno occupando in qualche modo della vicenda di Silvia... Ha addirittura scritto all'email dell’associazione che ha organizzato in Italia la fiaccolata per lei”.

Potrebbe essere addirittura lo stesso italiano (“XXX”) a cui faceva riferimento Tiziana Beltrami parlando dei primi messaggi di riscatto mandati dopo il rapimento di Silvia? Quello su cui si è interrogata con Lilian Sora?

Prosegue la presidentessa di Africa Milele: “I suoi messaggi hanno avuto un’evoluzione nel corso di questi sei mesi. Per un certo tempo aveva smesso e io mi sentivo morta, perché per me era un contatto: adesso scrive che Silvia è pronta per tornare a casa e che se gli diamo 15 bitcoin [del valore complessivo al tempo di XXmila euro, ndr.] la liberano. Lui dice che non è un riscatto, ma un rimborso spese…”.

Il mistero sull’identità del presunto sciacallo s'infittisce: “Questa persona scrive da un'email fornita da un provider svizzero, che non consente di risalire all’indirizzo Ip di provenienza e dunque di essere localizzato. Un provider altamente criptato, che neanche i i Ros dei Carabinieri sarebbero riusciti a identificare. Negli ultimi messaggi poi questa persona sta scrivendo che io me ne sarei fregata…”.

E Iene.it è in grado di mostrarvi in esclusiva una di queste email, che l’uomo ha inviato il 27 maggio scorso proprio a Lilian Sora.

 

“Dite alla famiglia di Silvia Romano che l’abbiamo noi. Sta bene e in salute e vuole tornare a casa. La libereremo dietro il pagamento di 15 bitcoin. IMMEDIATAMENTE”. 

IL RAPIMENTO 
Lilian Sora racconta un ulteriore dettaglio del giorno del rapimento di Silvia Romano a Chakama: “Il mio compagno Joseph, che è di etnia masai, subito dopo che i rapitori portarono via Silvia ha provato ad andargli dietro con la moto. Lui pensava che l’avessero nascosta lì da qualche parte, prima di attraversare il fiume, per poi andare a riprenderla. Io e Joseph eravamo al telefono, sentivo gli spari dall’altra parte del fiume…  Era buio pesto. Joseph mi ha detto: ‘Lilian se vuoi io vado, però mi ammazzano’”.

Sui motivi che avrebbero portato i rapitori di Silvia a scegliere lei, e non un altro obiettivo, spiega: “Non è stata una rapina. Se ci fosse stata una motivazione economica, bastava andassero nel negozio del 'boss', l’uomo proprietario della guest house e avrebbero trovato tutti i soldi che volevano. Noi una pista per il rapimento di Silvia ce l’abbiamo, ma non posso dirla". 

LA DENUNCIA PER PEDOFILIA 
Nel primo dei nostri servizi sul rapimento di Silvia Romano vi abbiamo raccontato della pista di una denuncia per pedofilia dietro la scomparsa della cooperante milanese.

Iene.it ha intervistato in esclusiva uno dei due volontari che l’11 novembre 2018, nove giorni prima del rapimento, sarebbe andato con Silvia alla polizia di Malindi per presentare una denuncia per pedofilia contro un pastore anglicano, un uomo chiamato “father”. E questo volontario ci ha raccontato cosa lui, Silvia e un’altra ragazza avrebbero visto a Chakama, dove c’era la sede di Africa Milele. 

“Me ne sono accorto subito appena arrivato, attorno al 7-8 novembre. Attirava i bambini con le classiche cose: caramelle, monetine... C’erano palpeggiamenti, strusciamenti, cose assolutamente non consone per nessuno, soprattutto per un prete. All’inizio me ne sono accorto solo io, e poi l’ho detto a Silvia e all’altra volontaria, e siamo stati tutti più attenti. Abbiamo visto le ragazzine che entravano nella stanza di quest’uomo e ci stavano pochissimo, due, tre, cinque minuti. Non so fino a che punto arrivasse, però atti pedofili c’erano eccome. Lui non era stupido, aveva capito che ce ne eravamo accorti. Un giorno gli ho strappato una bambina dalle mani e in quel momento con me c’era anche Silvia”.

Prossimamente renderemo note ulteriori informazioni in nostro possesso, nuove testimonianze esclusive: intanto invitiamo chiunque sia a conoscenza di fatti legati al rapimento di Silvia Romano a contattarci all’email redazioneiene@mediaset.it. Nel caso garantiremo ovviamente, se necessario, l’anonimato.

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