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Suicida a San Vittore, la famiglia: “È omicidio” | VIDEO

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Alessandro si è impiccato in una cella in isolamento nel carcere di San Vittore di Milano. Ma la famiglia crede si tratti di omicidio e ritiene impossibile la dinamica dell’impiccagione. Veronica Ruggeri spiega perché

Nel carcere di San Vittore di Milano, nella cella numero 5 del reparto di neuropsichiatria il 18 febbraio 2012 si è ucciso Alessandro, un ragazzo di 23 anni. Il suo sarebbe stato un suicidio ingegnoso e quasi impossibile. Alessandro ha fatto passare una felpa attraverso la grata della finestra in fori strettissimi. Poi ha fatto un cappio con cui si è impiccato. Le guardie avevano parlato con il ragazzo 5 minuti prima della morte.

Veroncia Ruggeri, nel servizio che vedete qui sopra, ha ricostruito la dinamica del suicidio, replicando quello che Alessandro avrebbe dovuto fare con 5 minuti di tempo a disposizione per impiccarsi. Era possibile fare tutto nel giro di così poco tempo? “Se siamo ancora qui è perché siamo convinti che Alessandro non si sia fatto del male”, dicono i genitori. “Per noi non è un suicidio ma un omicidio”, dice il fratello di Alessandro. Il tribunale ha sempre archiviato le denunce della famiglia contro le guardie che avevano le chiavi della cella e contro San Vittore. Oggi però, dopo 6 anni, ci sarebbero nuove prove che potrebbero far riaprire l’inchiesta sulla morte di Alessandro.

“Alessandro all’età di 16, 17 anni ha cominciato a cambiare, ad andare male a scuola. Abbiamo scoperto che faceva uso di sostanze stupefacenti”, racconta la madre. Il ragazzo soffriva anche di disturbi della personalità. “A volte non era padrone di se stesso, aveva crisi d’ansia”, dice la mamma. Una volta maggiorenne, Alessandro comincia ad accumulare denunce. “Quando non stava bene usciva di casa e faceva danni”, dice il fratello. Alessandro è fuori controllo: ruba motorini, infastidisce le ragazze e dà una testata a un poliziotto che gli aveva chiesto il biglietto del treno. Così viene portato a San Vittore. “Per due volte due avvocati ci hanno detto di stare tranquilli, che in due settimane sarebbe uscito”, racconta il fratello.

Invece Alessandro da quel carcere non è mai uscito. Le settimane diventano mesi e il ragazzo è sempre più agitato. Inizia a litigare con gli agenti e viene spostato nel centro di osservazione neuropsichiatrica del carcere. “Era da solo, nella cella in fondo”. Lo mettono in isolamento con una sorveglianza continua.

Alessandro era un detenuto instabile, ma non aveva mai avuto “ideazione suicidaria”, come dichiara la dottoressa che lo seguiva. Dopo cinque giorni nella cella di isolamento, alla famiglia arriva una telefonata: “Suo figlio è morto”. La famiglia fin da subito pensa a un omicidio. Il carcere non dice dove si trova il cadavere così i familiari iniziano il giro degli obitori di Milano. Alla fine lo trovano: Alessandro ha del sangue sul viso e dei segni sul collo, una escoriazione rotonda sul alto sinistro e delle altre più piccole sull’altro lato. “Sembrava una morsa che gli aveva stretto il collo”, dice il fratello. Ma per il medico legale che fa l’autopsia quelli sono i segni lasciati dalla felpa usata per impiccarsi.

Ma come ha fatto Alessandro a fissare la felpa a quella grata e impiccarsi in 5 minuti? Abbiamo cercato di replicare la dinamica con degli esperti, ma non siamo riusciti a fissare la felpa in maniera stabile attraverso una grata come quella che si trovava nella cella.

I medici legali della famiglia scrivono che quelle sul collo sono le impronte di una mano. Ad avere dubbi sulla morte del ragazzo è anche un perito chiamato a fare indagini in carcere. “Quando io ho detto voglio vedere la cella è successo il finimondo”, ci racconta. E quando riesce a farsi aprire la cella resta stupito: “lì mi sono reso conto, ma come cazzo ha fatto questo qui a prendere la felpa, farla uscire in una retina così? Non era possibile”.

La Iena è andata a parlare con l’agente che ha trovato il corpo. Quando gli mostra la foto di come è stata trovata la felpa, lui ci risponde: “Adesso non mi ricordo tutti i particolari, se la felpa è stata sciolta o tagliata”. E dei dubbi vengono anche sulle tempistiche: “Si scrive 5 minuti, ma possono essere anche 10. L’orario è simbolico”.

Qualche settimana fa i familiari hanno portato tutte le nuove prove in tribunale. Ora un giudice dovrà decidere se riaprire il caso. “Vogliamo che si apra un processo”. 

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