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Il coronavirus e il parto da incubo di Adele con i tamponi che ogni volta si smentiscono | VIDEO

Iene.it raccoglie l’incredibile storia di Adele che, entrata in ospedale per partorire, finisce protagonista suo malgrado di una vicenda che ancora oggi non riesce a spiegarsi

La storia che ci racconta Adele (il nome è di fantasia) sembra l’ennesima vicenda di errori e confusione nelle prime fasi dell’emergenza Covid-19. È la donna a chiedersi per prima se qualcuno ha sbagliato e quando. Con Noi con Veronica Ruggeri, nel servizio che potete rivedere sopra, vi abbiamo già raccontato l'avventura e le difficoltà di un parto durante l'emergenza coronavirus, con la storia di Manuela, Filippo e del piccolo Calogero.

“Abito in un paese tra il Teramano e il Pescarese in un’area che all’inizio dell’epidemia viene dichiarata zona rossa”, racconta a Iene.it. “Ero al nono mese di gravidanza e avevo deciso di partorire a Pescara, perché lì lavorava il mio ginecologo benché casa mia fosse più vicina a Teramo. Un giorno esco per una visita di controllo e vengo fermata da una pattuglia della Guardia di Finanza, che mi spiega che non potevo assolutamente uscire dalla zona rossa. Mi dicono che era previsto un protocollo speciale per le donne nella mia condizione: avrei dovuto partorire a Teramo, che aveva istituito un reparto ad hoc. L’ospedale di Teramo mi conferma il divieto di partorire a Pescara, a meno che io non avessi avuto un tampone dall’esito negativo. Così il primo aprile faccio un tampone e risulto positiva al virus”.

La donna è incredula: “Sul momento mi metto a ridere perché mi sembra incredibile che io sia positiva mentre il tampone del mio compagno e di mio padre, che vivono con me, sono negativi. Ero in casa dal’8 marzo, come avrei potuto prendere il coronavirus?”. Qualche giorno dopo anche l’Ospedale di Pescara si attrezza e il ginecologo di Adele la rassicura: “Mi ha tranquillizzato sul fatto che avrei potuto partorire a Pescara. Il 13 aprile, alla sera, forse per l’agitazione di quel tampone positivo, inizio ad avvertire dei dolori e, arrivata in ospedale a Pescara, mi si rompono subito le acque. Lì mi chiedono il certificato della mia positività ma l’Asl di Teramo aveva effettuato la sola comunicazione telefonica. Di lì a poco partorisco ma il bimbo non me lo fanno vedere, né a me né al mio compagno, perché ci spiegano che esistono procedure particolari in questo caso”.

Adele, che continua ad avere dubbi sulla sua positività, racconta: “Come sintomi  del Covid forse c’era una blanda sinusite e la perdita di gusto e olfatto per due giorni, ma sono sintomi che non possono esserci in gravidanza. A mio figlio fanno subito un tampone che risulta negativo. Ne fanno uno anche a me, negativa anche io. Due giorni dopo però ne arriva un altro per me, risulto di nuovo positiva. Mi devono dimettere e io chiedo di poter lasciare il bambino in ospedale perché mi sento più tranquilla ma mi dicono che va riportato a casa. L’11 aprile torno a casa, io in ambulanza e il bimbo con il padre in auto. Un virologo mi spiega che posso allattarlo tranquillamente ma usando sempre mascherine e guanti e che ovviamente devo vivere separata da mio marito”.

Dopo dieci giorni, il 22 aprile, Adele rifà un tampone: negativa. Due giorni dopo ancora un altro, per conferma: ancora negativa. Ma a mandare completamente in confusione la donna, che adesso si chiede cosa sia davvero successo, è l’esito di un test sierologico, che per scrupolo ha deciso di fare privatamente in questi giorni: “Oggi ho avuto il risultato: non sono positiva in questo momento né ho sviluppato gli anticorpi…”. Secondo questo test sembrerebbe che non sia mai entrata in contatto con il coronavirus.

Adele continua a tormentarsi: “Il sierologico non è attendibile? Oppure qualcuno ha sbagliato prima e mi ha tenuto lontana da mio figlio cosi tanti giorni? Io ora vorrei proprio capire!”.

Il 13 agosto di un anno fa ci lasciava la nostra Nadia. A un anno di distanza i suoi compagni di viaggio la raccontano, la ricordano, e la festeggiano

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