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Coronavirus, l'Italia che va a lavorare: “Come facciamo a stare a casa?” | VIDEO

Il decreto che stabilisce per tutta Italia la zona rossa non prevede l’obbligo di chiusura per le attività commerciali come bar o negozi, anche se non di prima necessità. Ecco le testimonianze dei lavoratori che per forza di cose devono spostarsi e andare a lavoro

“Sono le 9:30 e io con la mia mascherina sto andando a lavoro”. Alessio ha 30 anni ed è il vice responsabile di un negozio di abbigliamento in centro a Milano. “Io prendo la metro per andare a lavoro”, ci racconta al telefono. “E se il negozio non chiude io a lavoro ci devo andare per forza”. Alessio non può lavorare da casa e come lui tantissimi italiani che, all’indomani dell’annuncio del premier Giuseppe Conte che ha esteso la “zona rossa” a tutta Italia, devono comunque spostarsi ogni giorno per andare a lavoro. Il nuovo decreto non prevede infatti la chiusura delle attività commerciali. E questo è proprio uno dei punti su cui in queste ore si sta discutendo molto. L'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, ad esempio, ha già fatto sapere che sta valutando la chiusura dei negozi non indispensabili, lo stop di trasporti pubblici locali e attività produttive in tutta la Regione.

“Il decreto del governo è un controsenso”, commenta Alessio. “O chiudono tutto per due settimane oppure se dici di stare a casa ma poi non chiudi i negozi di abbigliamento, che non sono certo di prima necessità, a che serve tutto questo? Io non ne faccio una colpa alla mia azienda, ma all'organizzazione del governo. Vorrei che per almeno due settimane si chiudesse tutto mantenendo solo i servizi davvero essenziali. Anche perché sul mio posto di lavoro siamo quaranta persone e io ovviamente entro in contatto con i miei colleghi, che a loro volta per venire qui devono prendere la metro mentre alcuni vengono addirittura da fuori Milano”.

F. lavora in un cantiere navale come operaio e anche lui questa mattina è andato a lavoro come tutti i giorni. “Non ci hanno fatto sapere niente, qui si continua a lavorare”, ci racconta. “Siamo in 3mila persone, andiamo a mensa, passiamo per i corridoi delle navi. Io ho paura a venire qui con tutte queste persone, ho cinque bambini a casa. Chiedo che almeno vengano stabiliti dei turni per tenerci a una distanza maggiore”.

Ma anche in realtà più piccole il disagio di non poter stare a casa in un momento in cui tutti lo raccomandano si fa sentire. P. lavora come parrucchiera in Piemonte. “Nella mia zona ci sono stati vari casi di coronavirus, ma a lavoro ci hanno detto che potevamo tranquillamente proseguire l’attività”. Ma P. non si sente tranquilla: “Tutti dicono che bisogna tenere un metro di distanza, ma io che lavo i capelli ai miei clienti come faccio a tenere la distanza di sicurezza?”. E quel che sorprende è che la clientela in questo salone di parrucchieri non sembra scarseggiare. “Domani avremo il salone pieno, tutto prenotato. La gente non capisce la situazione e viene a farsi i capelli”. Non solo, P. ci racconta che fino a ieri la mascherina non era proprio apprezzata nel suo posto di lavoro: “Mi sono dovuta imporre con la mia titolare per indossare la mascherina perché aveva paura che spaventasse i clienti”. Insomma, quello che anche P. vorrebbe è l’obbligo di chiusura per le attività non necessarie. “Alcuni parrucchieri della mia zona hanno deciso di chiudere, ma la mia titolare ha detto che finché non arriverà un’ordinanza rimarremo aperti”. 

“Il governo a noi che lavoriamo in un centro commerciale dice che possiamo stare aperti dalle 9 alle 18”, si lamenta in un video pubblicato sui social A., che lavora in un centro commerciale a Roma. “Nel frattempo si invita la gente a rimanere a casa. Perché io non posso stare a casa? Perché il governo non ci obbliga a chiudere prendendosi la responsabilità sulle scadenze fiscali che ci sono e sugli stipendi di queste ragazze? E io con l’attività che va avanti come mi devo comportare? Devo invogliare la clientela a venire da noi contro le disposizioni del governo?”.

C’è poi chi decide in autonomia di chiudere, come ha fatto il titolare di un centro di parrucchieri a Napoli.  “È difficile fare la scelta giusta ma abbiamo deciso questa mattina di restare chiusi”, dice Mariano Balato al telefono. “Ho paura non solo per me, ma anche per i miei collaboratori. Lo Stato non ha preso posizione pubblicamente per i commercianti, gli artigiani, gli imprenditori e i lavoratori dipendenti. Abbiamo dovuto prenderla noi questa decisione perché qui siamo in 25 a lavorare e siamo in 150 metri quadrati: come facciamo a rispettare la distanza di un metro, per di più lavando i capelli ai nostri clienti?”. Poco dopo è arrivata anche l’ordinanza con cui il presidente della Campania, Vincenzo De Luca ha disposto fino al 3 aprile la chiusura degli esercizi pubblici di barbiere, parrucchiere, centri estetici. “Noi abbiamo preso questa decisione in autonomia”, sottolinea Mariano, “perché lo Stato non è fatto solo da Conte, o De Luca, ma da tutti noi”.

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