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Coronavirus, italiani bloccati in Cambogia: “Certificato con 40 dollari, senza tampone” | VIDEO

Da 10 giorni sono bloccati in Cambogia e da qui non possono partire per la Thailandia e quindi tornare in Italia. Su Iene.it vi mostriamo il racconto di questi 5 ragazzi e come lì sarebbe stato possibile secondo loro aggirare il test del tampone pagando 40 dollari

Aiutateci a tornare a casa”. È l’appello di Sara, Sasha, Rossana, Manuela e Lars. Loro sono 5 ragazzi italiani bloccati da 10 giorni in Cambogia che non hanno neppure potuto fare il tampone per essere certi di non essere positivi al coronavirus. A certificare il loro stato di salute ci avrebbe pensato, ci dicono, un ospedale francese. In cambio di 40 dollari a testa e senza alcun esame, sostengono nel video che ci mandano da lì e che potete vedere qui sopra.

“Alcuni mesi fa siamo partiti dall’Italia per un viaggio nel Sud-est asiatico. Negli ultimi mesi qui la situazione è stata più stabile rispetto a Italia e Cina”, raccontano. Ora sono a Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Da qui stanno assistendo da settimane all’emergenza della pandemia da coronavirus. Vorrebbero tornare in Italia, ma per poterlo fare devono fare scalo in Thailandia. Non prima di essersi sottoposti al tampone che attesti su un documento che siano negativi al COVID-19.

Così vanno in un ospedale pubblico nella capitale. “Siamo in coda per il tampone. Non siamo di certo a un metro di distanza”, dicono nel video che vi mostriamo. Attorno a loro si vedono persone in attesa ma tra uno e l’altro c’è meno di un metro, alcune indossano la mascherina. “Qui ci viene anche chi ha sintomi, e questo è un grande rischio”, raccontano i ragazzi. Si vedono anche i sanitari all’interno di un ambulatorio. Addosso hanno tute e mascherine perché il rischio di venire a contatto con persone positive è altissimo.

“Non ci sono più collegamenti aerei tra la capitale cambogiana e Bangkok, questo rende vane le nostre speranze di uscire da questo paese, dove ci troviamo ufficialmente bloccati con un livello sanitario nettamente inferiore a quello occidentale”, spiegano i 5 ragazzi. Se nell’ospedale pubblico non sono riusciti a sottoporsi al tampone, ci mostrano un altro modo per ottenere comunque il certificato necessario per imbarcarsi.

Insieme vanno in un ospedale francese e registrano tutto quello che succede. “Stiamo pagando circa 40 dollari a testa per questo esame 'approfondito'”, sostengono mostrandoci alcune impiegate al lavoro dietro a un bancone che sembra un’accettazione. “Non ci hanno neanche misurato la febbre o la pressione. Ma non ci hanno neppure chiesto se abbiamo dei sintomi da coronavirus. Però ci hanno preso questi soldi, che moltiplicati per quanti siamo fa un totale di 240 dollari”.

Il documento che rilascia l’ospedale è necessario per poter volare in Thailandia. “Per loro non siamo un pericolo. Ma la cosa più grave è che questo è fatto da una clinica francese, non cambogiana. E la Francia conosce bene l’emergenza che c’è in Europa”.

Loro non sono i soli italiani che da quando è scoppiata la pandemia si trovavano all’estero. Qui su Iene.it Luca Sironi ci ha raccontato l’incredibile odissea sua e dei suoi genitori per tornare in Italia dall’Indonesia (leggi qui l’articolo) e abbiamo ospitato anche gli appelli di tanti altri giovani in giro per il mondo (guarda qui il video).

esclusiva web

Lo studio della Società italiana di medicina ambientale sul collegamento tra inquinamento e coronavirus, di cui noi vi abbiamo parlato già a marzo, è stato pubblicato sul British Medical Journal confermando le evidenze iniziali: le polveri sottili presenti nell’aria hanno “aperto un’autostrada al coronavirus”. Per prevenire una seconda ondata bisognerebbe usare la “mascherina anche all’esterno dove non fossero assicurate distanze di almeno 6-8 metri”

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