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Coronavirus in Sardegna, “io barista stagionale vi racconto il perché di tutti quei contagi”

Luca (il nome è di fantasia) ha lavorato come barista stagionale in una delle mete turistiche più frequentate della Gallura. A Iene.it racconta quello che ha visto nell’estate del coronavirus: “Nessuno rispettava le regole, tutti si assembravano senza controlli. Quando chiedevo ai ragazzi di mettere la mascherina, mi insultavano e mi gridavano contro: non ce n’è coviddi”. Ecco la sua testimonianza

Tutti assembrati, centinaia di persone che non rispettavano il distanziamento. Quando ad alcuni ragazzi ho chiesto di indossare la mascherina, mi hanno insultato e gridato: non ce n’è coviddi!”. Luca (il nome è di fantasia) è un barman che ha lavorato durante la stagione estiva nei pressi di Sassari, una delle mete turistiche più frequentate della Sardegna. A Iene.it racconta cosa ha visto questa estate, quella che sarebbe dovuta essere contrassegnata dalla prudenza per evitare il ritorno del coronavirus. Ma che, almeno sentendo il suo racconto, è stata tutto tranne che questo.

Sono arrivato in Sardegna a inizio luglio, all’aeroporto di Olbia”, ci racconta Luca. “Che i controlli non fossero particolarmente serrati me ne sono accorto già lì: scendo e nessuno controlla, anche se in teoria era obbligatorio registrarsi all’app Sardegna sicura per monitorare gli arrivi”. Da lì Luca inizia il suo lavoro stagionale, barista in un locale molto frequentato. Soprattutto dai più giovani: “Questa estate c'erano tantissimi ragazzi, anche minorenni. Parlando con alcuni residenti sardi, mi hanno detto che non vedevano così tanta gente dal 2008, da prima della grande crisi”. 

Nella città dove lavora, Luca si accorge subito che qualcosa non funziona: “Giravo per strada e nessuno aveva la mascherina, e pensavo: cavolo, fino all’altro ieri eravamo in piena emergenza e adesso più nulla”. E anche nel locale dove ha lavorato, le cose non sembra siano andate meglio: “Praticamente dietro al banco eravamo gli unici ad avere la mascherina”. Una situazione surreale, se non ci fosse stato il pericolo del coronavirus in agguato: “Io ho avuto paura. Per me, per la mia salute, e anche per quella delle persone a me care. Il rischio era altissimo. Mi è capitato di chiedere a dei ragazzi di indossare la mascherina, mi hanno risposto insultandomi e gridando che ‘non ce n’è coviddi’. E’ stato estenuante”. Ci manda le foto a riprova di quello che dice, chiedendo di non pubblicarle per restare anonimo: ragazzi ammassati al bancone, nessuno con la mascherina.

E questa non era la prima estate che Luca lavorava in Sardegna come stagionale: “Non ho notato alcuna differenza rispetto agli altri anni, è stato come se la pandemia non ci fosse. Solo dopo il 20, passate le vacanze di Ferragosto, ci sono stati più controlli e strette sul comportamento delle persone”.

Adesso la stagione estiva è finita e la Sardegna, dopo le molte polemiche delle scorse settimane, ha inasprito le regole per l’arrivo sull’isola: tutti dovranno essere sottoposti a test sierologico o tampone per attestare la negatività al virus. Una decisione dura, ma forse arrivata quando i buoi erano già scappati dalla stalla: “Io ho rischiato di ammalarmi, di tornare a casa e contagiare tutti i miei parenti e amici”. E non solo: “Adesso comincia la stagione invernale e io ho rischiato di perderla: mi hanno sottoposto a tampone lunedì scorso prima di lasciare l’isola, e dopo 7 giorni non ho ancora l’esito. Ci hanno detto che se fosse stato positivo mi avrebbero contattato, altrimenti no. Ma così non ho neanche un foglio di carta che attesti il mio essere negativo”.

Luca è rientrato dalla Sardegna pochi giorni fa, e su quanto successo in quelle settimane non ha dubbi: “Ai locali interessava solo fare arraffare, quando ho fatto notare la situazione mi è stato risposto di fregarmene. Io però sono stufo di lavorare in queste condizioni”. Che, possiamo immaginare, abbiano contribuito all’esplosione di casi in Sardegna questa estate.

I medici legali di Tor Vergata avrebbero trovato una ferita di 7 centimetri sul cuore del 21enne ucciso a Colleferro e gli organi interni tutti lesionati. A parlarci della brutalità del branco che avrebbe infierito su Willy Monteiro Duarte era già stato un testimone indiretto della rissa: “Gabriele gli ha dato un calcio al torace e un pugno alla tempia, poi una volta a terra lo hanno colpito tutti”

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