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Coronavirus, Veronica: "Sarei potuta uscire, ancora con i sintomi, perché finita la quarantena" | VIDEO

Pubblichiamo la videodenuncia di Veronica, una giovane romana che dal 25 marzo è in quarantena a casa a Milano. “Mi hanno detto che ero contagiata dai sintomi riferiti per telefono, ma nessuno mi ha fatto il tampone e mi ha detto che fare dopo la scadenza della quarantena. E se fossi ancora contagiosa dopo i 14 giorni?”

“Mi hanno diagnosticato il coronavirus per telefono, senza nessuna certezza sul periodo di quarantena”. E’ questo il racconto di Veronica che, nel video diventato virale sui social che potete vedere qui sopra: la ragazza è in quarantena, nell’appartamento a Milano, dal 25 marzo, e ancora non ha ricevuto un tampone. Ma allo scadere dei quattordici giorni le tornano i sintomi, e lei sarebbe potuta uscire tranquillamente.

“Il 25 marzo mi arrivano i primi sintomi riconducibili al virus: tosse, affanno e febbre”, ci racconta Veronica, che abbiamo raggiunto telefonicamente. “I sintomi permangono e anzi peggiorano e così attivo la procedura, anche se non ho qui il mio medico di base, perché sono di Roma. Chiamo l’Ats di Milano e mi danno il numero della Guardia medica, che per telefono mi fa un primo screening e mi dice che sono un sospetto Covid-19. Mi consigliano di avvertire subito il numero 112, e questi, attraverso i sintomi che gli riferisco, mi diagnosticano il coronavirus. Nessun tampone però, solo sulla base dei sintomi detti al telefono”.

Veronica rimane in isolamento domiciliare e viene posta in quarantena fino all’8 di aprile. “Da allora non ho sentito più nessuno”, sostiene. “Sono rimasta sul divano di casa con tutti i miei sintomi, per almeno altri 10 giorni. Al decimo giorno mi sveglio, una mattina, e mi sento apparentemente meglio. Non ho più febbre, la tosse è sparita e il respiro è tornato normale, così penso di essere guarita e mi tranquillizzo”.

Qualche giorno dopo però a Veronica torna una leggera febbre, a meno di tre giorni dalla fine ufficiale della quarantena. "Per paura di essere un pericolo per gli altri, visto che non sono un medico, decido di chiamare il ministero della Salute. L’operatore mi ha risposto che avrei dovuto fare un tampone, e che sarei potuta essere positiva anche dopo 20-30 giorni”.

Veronica a questo punto si chiede: "Chissà quante persone pensano di essere sane e sono in giro e invece sono ancora positive, perché non hanno avuto un tampone... “. La giovane cerca così di ottenere il tampone, contattando una lunghissima lista di istituzioni: “Chiamo il numero verde di regione Lombardia, quello del ministero della Salute, l’Ats di Milano, la Guardia medica di Milano, il 112, la Croce rossa e la Protezione civile. Ognuno rimanda la responsabilità a un altro ente”, racconta. E a tutti la ragazza pone la stessa domanda: ”L’8 aprile finisce la mia quarantena, possibile che nessuno si preoccupi se io dopo l’8 decido di uscire per andare a fare la spesa? E se fossi una bomba atomica per gli altri?” La risposta, racconta Veronica, è sempre la stessa: “Lei consideri una decina di giorni da quando non ha più i sintomi, poi valuti lei...”.

“Ma come valuti lei?”, si chiede la ragazza. “Io non sono un medico, un virologo, un infettivologo. Lasciare a noi cittadini la scelta è molto pericoloso. Ho fatto anche quest’altra domanda: ‘e se tra una settimana non ho più sintomi, che faccio?’ Anche qui la risposta è stata la stessa: ‘Si metta una mascherina, i guanti e stia attenta’”.

Veronica ha raccontato questa sua disavventura sui social una settimana fa. E ora come sta? "Dopo le decine di segnalazioni fatte e dopo aver minacciato di denunciare tutto sono stata presa in carico dall’Usca (le unità assistenziali domiciliari) tramite Ats che, finalmente, dopo 2 settimane, ha mandato un medico a visitarmi e che continuerà a monitorarmi settimanalmente via telefono. La visita di 3 minuti, dopo più di 2 settimane, è consistita nell’auscultamento dei polmoni e nella misurazione della saturazione a riposo e sotto sforzo. Nonostante io sia immensamente grata al dottore che mi è venuto a visitare, perché è stato molto gentile e perché immagino l’immenso lavoro a cui è sottoposto – infatti mi ha riferito che sono pochissimi in tutta Milano a fare assistenza domiciliare - ho però scoperto che è un odontoiatra specializzato in protesi dentarie... Beh meglio di niente, questo passa il convento!”.

La storia di Veronica è importante soprattutto alla luce della testimonianza del nostro Alessandro Politi, che era risultato ancora contagiato e infettivo dopo oltre 30 giorni. Pochi giorni dopo la regione Lombardia aveva deciso di portare a 28 giorni la quarantena per i casi diagnosticati di coronavirus, proprio per evitare il rischio che persone ignare di essere potenzialmente contagiose potessero contribuire alla diffusione del COVID-19.

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