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Disturbo post traumatico da stress, Luca: “Da quella bomba in Afghanistan vivo un inferno” | VIDEO

Militare altamente specializzato, Luca è vittima di un attentato durante una missione in Afghanistan. Da allora, come il soldato di cui ci ha raccontato in un servizio Roberta Rei, è sprofondato nell’incubo del disturbo post traumatico da stress.

“Eravamo in Afghanistan, ci stavamo spostando da una base avanzata a un posto di combattimento, quando il nostro mezzo è saltato in aria per colpa di un ordigno esplosivo nascosto a due metri da noi, una bomba che chiamiamo ied. Sono stato investito dall’onda d’urto e ho iniziato a vedere tutto in modo rallentato. Sono sceso dal mezzo armi in pugno, per prepararmi allo scontro a fuoco, perché di solito i talebani adottano questa tattica, ma non quella volta. Da allora la mia vita è cambiata completamente tra incubi, psicofarmaci e depressione”. 

Luca (il nome è di fantasia) è un militare quarantenne con una grande esperienza sul campo, che fino ad un paio di anni fa era impegnato in un reparto operativo di grande prestigio. Oggi è l’ombra di quella persona, sprofondato nel vortice di quello che si chiama tecnicamente disturbo post traumatico da stress (chiamato tecnicamente DPTS). Ve ne abbiamo parlato con il servizio di Roberta Rei che vedete qui sopra, lo stesso che ha dato a Luca la forza di combattere e per cui ha deciso di contattarci.   

Il soldato racconta: “Tornato a casa dalla missione ho iniziato a fare incubi tutte le notti, a sognare l’esplosione. Di giorno ero e sono tuttora una corda di violino. Ogni rumore forte mi fa sobbalzare, non guardo la televisione ed esco pochissimo ma quando lo faccio, e sto guidando, sto attento a non schiacciare con le ruote neanche un pezzo di carta, per paura che sia una bomba. Sono sprofondato nella depressione e qualche anno fa ho anche tentato il suicidio... Abito vicino a un poligono e a ogni colpo che esplode, quando sono in auto e passo lì accanto, accelero come un matto, pensando che stiano sparando a me”.    

Oggi Luca combatte ancora, e in parte lo deve alle parole di Tommaso, il collega militare intervistato da Roberta Rei. 

“Quando ho visto quel ragazzo che diceva ‘chiedete aiuto’ allora ho capito anche io e mi sono fatto aiutare. Ho iniziato ad andare dagli specialisti e devo dire che l’esercito mi è stato vicino. All’inizio ho dovuto rifiutare un paio di missioni, non ce l’avrei fatta a tornare. Poi mi hanno fatto transitare nei ruoli civili del ministero della Difesa: non ho in dotazione l’arma e mi hanno messo a fare un lavoro manuale all’interno delle strutture militari. Meno male che un lavoro ce l’ho, ma pensare che ero un soldato...”. 

Non un soldato semplice ma un militare altamente specializzato, di quelli da prima linea, che oggi si trova a vivere una vita nella quale non si riconosce più. 

“Ho anche pensato di lasciare del tutto l’esercito, ma poi le necessità economiche mi hanno fatto desistere. Ho una famiglia stupenda che mi è sempre stata vicina, un bimbo piccolo per il quale però ora riesco a fare solo l’essenziale”. Luca, che ringrazia ancora l’esercito per non averlo abbandonato, fa un appello a quanti si trovano in questo momento nella sua situazione: “Parlate dei vostri problemi, se vi nascondete nell’ombra non li risolverete. C’è bisogno di un aiuto, non vergognatevi a chiederlo”.   

“Ero un soldato”, ripete con amarezza Luca. Per noi lo è ancora oggi e sta combattendo la sua guerra più importante. Se anche voi state vivendo la stessa sindrome, raccontateci la vostra storia scrivendo all’indirizzo redazioneiene@mediaset.it

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