Serena Mollicone: dopo 18 anni parlano gli indagati per il suo omicidio | VIDEO
Dopo 18 anni ancora non c’è il nome di chi ha ucciso Serena Mollicone. Franco e Marco Mottola, due dei cinque indagati per l’omicidio di Arce, rompono il silenzio per dirsi innocenti ma intanto la Procura ha richiesto il loro rinvio a giudizio. Ci racconta tutto Veronica Ruggeri
“Della morte di Serena Mollicone non so e non sappiamo nulla. Sono e siamo innocenti”. Sono le parole di Franco Mottola, l’allora comandante dei carabinieri di Arce (Frosinone) ai tempi dell’omicidio della ragazza avvenuto nel 2001. È la prima volta che parla di questa vicenda dopo 18 anni. Come lui anche il figlio Marco, amico di Serena, ha rotto il silenzio: “Sono innocente. Non le ho mai fatto del male”.
Con Veronica Ruggeri ci stiamo occupando di questa vicenda in cui secondo gli inquirenti ci sarebbero misteri e depistaggi. Ma nelle ultime settimane ci sono state molte novità. Come il rinvio a giudizio richiesto dalla Procura per concorso in omicidio che vede indagati l’ex comandate Mottola con la moglie e il figlio assieme agli ex colleghi Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano.
Alla prima udienza preliminare di metà gennaio c’era un grande assente, Guglielmo, il padre di Serena, che da novembre è in ospedale dopo un infarto (leggi qui l’articolo). Lui ha sempre sostenuto che la figlia sia morta nella caserma del paese dopo una lite con l’allora comandante e suo figlio. “Picchiano Serena, cade e per terra e anziché soccorrerla continuano con le botte”, sostiene il papà. Tutto questo sarebbe successo perché la figlia voleva denunciare Marco, che per molti era lo spacciatore del paese. Il maresciallo e il figlio sono imputati come esecutori materiali del delitto, Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano, gli altri carabinieri in servizio nella caserma, avrebbero coperto i loro superiori.
All’udienza era presente anche Maria, la figlia del brigadiere Santino Tuzi, l’unico carabiniere della caserma che 7 anni dopo la morte della ragazza aveva detto di averla vista entrare ma non uscire. “Aveva detto di aver ricevuto dalla famiglia Mottola indicazione che sarebbe arrivata la ragazza e di farla andare direttamente negli alloggi di servizio”, sostiene la figlia. Dopo tre giorni aver rivelato questi dettagli agli inquirenti è stato trovato morto nella sua auto. Il caso è stato chiuso come suicidio ma sul luogo della tragedia c’erano molti dettagli ambigui. “Come la pistola con l’impronta del pollice sinistro ben depositata sul sedile”, spiega Elisa Castellucci, l’avvocato della famiglia Tuzi. Secondo gli inquirenti si sarebbe sparato con la mano sinistra, una cosa insolita per chi ha sempre usato la mano destra. Ed è strano che ci sia solo l’impronta del pollice senza tutte le altre che avrebbero dovuto sorreggere la pistola.
La difesa dei Mottola sta cercando di dimostrare che Tuzi avrebbe mentito quando ha detto di aver visto entrare in caserma Serena. Hanno ribadito la loro innocenza in una conferenza stampa da loro convocata a gennaio, a quattro giorni dalla prima udienza preliminare. Padre e figlio arrivano accompagnati da Carmelo Lavorino, il criminologo che dice di averci querelato dopo il nostro terzo servizio nell’inchiesta di Veronica Ruggeri (clicca qui per il video).
“Chiederemo le impronte digitali di due persone, di cui una deceduta”, dice Lavorino anticipando le loro prossime mosse. Poi dedica spazio a quella che lui definisce “la trappola de Le Iene”. Ci accusa di aver tagliato, spostato e manipolato le sue dichiarazioni. “Mi hanno diffamato spingendo altri soggetti ad aggredirmi”, ha detto il criminologo.
Noi non avendo nulla da nascondere nel servizio che potete vedere qui sopra vi mostriamo la parte integrale dell’intervista che lui ci contesta. “Una persona che si suicida che non ha fiducia in sé stesso e nella sua famiglia e se sente delle voci probabilmente ha grossi problemi psichici. Stiamo lavorando in questo ambito”, dice Lavorino nella nostra intervista. Dalle sue parole capiamo che il brigadiere Tuzi potrebbe aver avuto dei problemi psichici. “Io non sottovaluto mai nulla. Sospetto di tutto e di tutti. Su Santino Tuzi mi sto facendo tantissime domande. Non dico che lui non possa averlo fatto”. Quindi non aveva nessuno problema ad ammettere che il brigadiere fosse tra i suoi sospettati. Alla domanda di Veronica Ruggeri se avesse dei nomi in testa sul possibile omicida la sua risposta è inequivocabile: “Ne ho due in mente”.
L’intervista finisce ma resta accesa una telecamera. Lui inizia a parlarci di uno dei due sospettati: “Che io sappia non ci stanno le impronte papillari”. A quel punto gli chiediamo se per lui era Tuzi. Come risposta riceviamo una risata. “Anche perché nell’ultima dichiarazione fatta da Tuzi gli fanno anche questa domanda: ‘Lei è disposto a fornirci le sue impronte digitali?’, lui risponde di sì. E poi basta, si è sparato. Vuol dire che ha qualche responsabilità”, dice Lavorino nella nostra intervista. In conferenza stampa sembra avere un’altra idea: “Non ho detto che Santino Tuzi era una persona malata psicologicamente. Avete fatto dei taglia incolla”. E alla domanda se secondo lui il brigadiere ha ucciso Serena, lui risponde: “Io non sospetto di nessuno”. Ma nella nostra intervista sembrava avere un altro parere: “Io sospetto di tutti”. E poi annuncia il suo asso nella manica: “Quando mi intervistano, io registro tutto”. E così ha fatto anche con noi, ma l’audio pubblicato da lui ha una durata di un’ora e 54 minuti mentre la nostra intervista integrale dura 2 ore e 16 minuti. Cioè manca la parte finale dove lui parla di Tuzi.
Alla conferenza stampa ci sono anche Franco e Marco Mottola. “Respingiamo ogni accusa, siamo totalmente innocenti. Della morte di Serena non sappiamo nulla. Se realmente doveva andare a parlare con mio figlio non era necessario che si facesse vedere dal piantone della caserma. Ci siamo chiusi a riccio quando ci ricoprivano di facili accuse”, ha detto l’ex comandante della caserma di Arce. Poi tocca al figlio parlare: “Io sono innocente. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone né so nulla della sua morte. Respingo ogni accusa”. Poi torna a quella mattinata dell’1 giugno 2001. “Non l’ho vista né in caserma né in altre parti. Non è mai venuta a cercami in caserma. Il brigadiere Tuzi non ha mai parlato con me. Se dice così è una menzogna o si sbaglia”, aggiunge il figlio Marco. Poi i Mottola si chiudono in silenzio e non è possibile fare altre domande.