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Coronavirus e lockdown, la severità della Cina paga più delle restrizioni europee?

Il governo di Pechino ha messo in lockdown oltre 22 milioni di persone nella provincia dell’Hebei, che ieri ha registrato 115 nuovi positivi. Dopo otto mesi senza vittime, è stato registrato un nuovo morto per Covid-19. In Europa invece i paesi stanno imponendo restrizioni più leggere in presenza di molti più casi, anche per via del differente assetto politico delle due realtà: ecco come stanno andando le cose

Uno spettro si aggira per l’Europa, ed è quello della terza ondata. E’ proprio il caso di storpiare il manifesto del partito comunista di Marx ed Engels del 1848, perché mentre i paesi del Vecchio continente faticano a trovare una risposta rapida ed efficace contro il coronavirus, in Cina le cose sembrano andare in maniera molto differente. Parliamo di una più rapida risposta all’insorgenza di nuovi focolai, di misure molto più restrittive, di libertà dei cittadini fortemente compresse dalla dittatura e - forse - di numeri che potrebbero non essere proprio affidabili, come vi avevamo raccontato qui.

La Cina, a differenza della stragrande maggioranza dei Paesi europei, impone misure rigidissime anche in presenza di relativamente pochi nuovi positivi: nell’ultima settimana i casi ufficialmente confermati dal governo sono stati oltre 500, di cui 115 solo ieri. Sempre nella giornata di martedì 90 casi sono stati registrati nella provincia dell’Hebei, dove tre città sono state poste sotto un severo lockdown che riguarda circa 22 milioni di persone. Anche nella provincia di Heilongjiang sono state imposte restrizioni a causa di un aumento dei contagi, che ieri sono stati 16. Dopo otto mesi senza vittime, nel Paese c'è stato un nuovo decesso per Covid-19 registrato nella provincia dell'Hebei.

Numeri apparentemente molto bassi, che hanno però spinto Pechino ad agire immediatamente per stroncare la nascita di nuovi focolai. E qui si nota una sostanziale differenza con l’azione dei governi occidentali: senza arrivare al caso estremo degli Stati Uniti, dove si viaggia quasi senza restrizioni mentre gli ospedali collassano, in Europa la maggior parte dei Paesi ha imposto misure meno severe e meno tempestive.

L’Italia per esempio ha imposto il sistema delle “zone” - comunque meno severe del lockdown generalizzato della scorsa primavera - il 6 novembre, quando i nuovi casi giornalieri erano 37.802. La Francia, che ha imposto restrizioni meno rigide quali il coprifuoco in autunno, ieri ha registrato 19.752 nuovi casi e il governo ha assicurato che non intende al momento imporre un nuovo lockdown.

La Germania tra i paesi europei è quello che ha agito in modo più rigido, imponendo il lockdown il 16 dicembre quando il conteggio dei nuovi casi segnava 32.744 positivi. Ieri, con 27.210 nuove infezioni, Angela Merkel ha annunciato che le restrizioni proseguiranno per almeno “altre 8-10 settimane”. 

Caso a parte è quello del Regno Unito, letteralmente travolto dalla variante inglese del coronavirus che solo nella scorsa settimana ha contagiato oltre 350mila persone: il paese è entrato in un severo lockdown il 5 gennaio, quando i nuovi casi erano 60.916, e durerà fino a fine febbraio.

Non è però solo la rapidità delle decisioni di Pechino a essere differente da quella dei Paesi europei, ma anche la rigidità delle restrizioni, ovviamente favorite dal fatto che la Cina è una dittatura mentre nel Vecchio continente i governi hanno molta meno libertà d’azione.

Nella città di Langfang, terza città dell’Hebei a entrare in lockdown, è stato imposto agli abitanti (5 milioni di persone) l’isolamento domiciliare per sette giorni mentre si procede a test di massa sulla popolazione. A Shijiazhuang, capoluogo dell’Hebei, le autorità hanno fatto sapere che mezzi e persone non possono lasciare la città e si sta procedendo a test di massa. Per chi lavora in prima linea (dal personale medico agli autisti di autobus) è stata disposta la necessità di effettuare un tampone al giorno, come riporta Al Jazeera. Nella provincia in generale sono state chiuse alcune autostrade e stazioni ferroviarie e sono state reintrodotte le lezioni scolastiche a distanza. Nella provincia settentrionale di Heilongjiang è stato introdotto lo “stato di emergenza”: non si può lasciare i propri territori se non è strettamente necessario e eventi pubblici e raduni sono stati cancellati. Nello specifico, nella contea di Wangkui, tutte le attività non essenziali sono state chiuse e le persone non possono lasciare la città. Ogni famiglia nella contea può avere una sola persona che esce di casa ogni tre giorni per comprare i beni necessari. 

Come vi abbiamo raccontato nel servizio di Roberta Rei, che potete vedere qui sopra, la strategia cinese contro la pandemia si è basata finora principalmente su tre punti fondamentali: testare, tracciare, trattare. Da un lato un impiego massiccio dei tamponi, dall’altro il tracciamento massiccio della popolazione grazie ai big data, raccolti tramite applicazioni come WeChat e la piattaforma di pagamento Alipay, che insieme hanno più di un miliardo di utenti che condividono in tempo reale la posizione di ognuno. Questi dati vengono poi incrociati con dichiarazioni spontanee dei cittadini e altri dati ottenuti grazie ai sistemi di screening basati sul riconoscimento facciale. In questo modo si riesce a rintracciare tutti i possibili contatti di un positivo. Un sistema molto invasivo della privacy. C’è poi il terzo punto: trattare. In Cina sono tati creati nuovi ospedali in grado di accogliere positivi, eliminando così ogni contatto e senza dover chiudere altri reparti per riconvertirli.

Insomma, approcci differenti che portano a numeri molto diversi. Ammesso, come abbiamo anticipato in apertura, che i dati cinesi siano davvero quelli comunicati dal governo.

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