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Coronavirus, la mortalità globale cresce ma diminuisce in Nuova Zelanda, Giappone e Norvegia: perché? | I DATI

Il 2020 sarà sempre ricordato come l’anno della pandemia di Covid-19. Il più evidente dato che sottolinea l’orrore del virus è la mortalità globale, che è cresciuta del 12%. Eppure ci sono paesi, come la Nuova Zelanda, che invece hanno registrato meno morti del 2019: ecco il segreto del loro successo

Due milioni di morti. Se ci fossero ancora dubbi sulla gravità della pandemia di Covid-19 che stiamo vivendo in questi mesi, il numero delle vittime dovrebbe bastare a spegnere ogni polemica. Il 2020 è stato un anno orribile dal punto di vista sanitario, e i dati di 59 paesi raccolti dal Wall Street Journal certificano la strage causata dal coronavirus.

Negli ultimi 12 mesi la mortalità a livello globale è cresciuta del 12%. E i numeri della pandemia sembrano essere ancora peggiori rispetto a quelli ufficiali: secondo la ricerca del quotidiano economico, infatti, ci sarebbero ulteriori 800mila vittime del Covid-19 sfuggite al monitoraggio dei sistemi sanitari, soprattutto nella prima fase della pandemia in cui era più difficile testare la positività dei pazienti.

Eppure, in mezzo a questi dati orribili, ci sono paesi che svettano sia in positivo che in negativo. Nella prima categoria rientra sicuramente la Nuova Zelanda. Lo stato dell’Oceania guidato dalla premier Jacinda Ardern è stato a lungo indicato come esempio di successo nella lotta al coronavirus. Grazie a rigidissime misure di contenimento della pandemia e a un tracciamento molto efficace dei contagi - e aiutata da una densità abitativa tra le più basse del pianeta - la Nuova Zelanda ha già vinto la sua partita contro il virus.

Da inizio anno il paese ha registrato appena 84 casi su una popolazione di 5 milioni di persone, e appena 25 morti per Covid-19 da inizio pandemia. Merito di un calcolo più restrittivo delle vittime? Apparentemente no, perché dall’inizio della crisi sanitaria a fine settembre 2020 (ultimo mese per cui i dati sono disponibili) la mortalità per ogni causa nel paese è scesa dell’11%. Insomma, nell’ultimo anno in Nuova Zelanda ci sono stati molti meno morti che nel 2019.

Com’è possibile? Le severe misure di restrizione decise dal governo, oltre a contenere moltissimo le vittime per Covid-19, hanno anche diminuito le morti legate a incidenti stradali, incidenti sul lavoro, e anche per cause quali l’inquinamento atmosferico. Effetti positivi che sono continuati anche dopo la fine del lockdown, lasciando attoniti gli studiosi che stanno ancora cercando di capire come questo sia stato possibile.

La Nuova Zelanda, comunque, non è l’unica ad avere ottenuto risultati positivi: sono infatti 9 i paesi, tra i 59 analizzati, che hanno registrato una mortalità generale più bassa rispetto alle attese (cioè inferiore alla media dei cinque anni precedenti). Tra questi i casi più significativi sono il Giappone e la Norvegia.

Il Giappone, a differenza della Nuova Zelanda, è stato molto meno abile nel contenere la diffusione della pandemia: ha registrato infatti 311mila casi in totale, di cui 6.594 solo ieri, e 4.119 decessi, di cui 60 ieri. Ma i dati in questi casi potrebbero essere fuorvianti, perché tantissimi contagi e vittime si sono registrate nelle ultime settimane: a fine novembre, il numero dei morti era la metà di adesso.

Le statistiche per il 2020, inevitabilmente, risentono in minima parte dell’ondata che sta colpendo il paese nelle ultime settimane. Prima di questo momento però a Tokyo, che ha una delle densità abitative più alte del pianeta e la popolazione più anziana del mondo, aveva contenuto abilmente la pandemia con restrizioni iniziali molto rigide: a febbraio e marzo, quando i casi erano molto pochi, erano già state chiuse scuole, teatri, musei, stadi e ogni luogo di assembramento. La popolazione era stata invitata a rispettare il distanziamento e a indossare le mascherine - pratica già diffusa in molti paesi dell’Estremo oriente - senza mai ricorrere a un lockdown serrato. E nel 2020 il Giappone ha registrato meno morti delle attese, probabilmente grazie a una minor diffusione di altri virus come l’influenza pericolosi per una popolazione così anziana.

La Norvegia, invece, è un esempio di successo europeo nel contenimento della pandemia: con i suoi 57mila casi totali e 511 decessi, ha ottenuto risultati molto migliori della vicina Svezia, come vi abbiamo più volte raccontato. A Oslo si sono adottate misure restrittive severe che hanno contenuto i morti per Covid-19 e, per le stesse ragioni indicate sopra, anche quelle per altre malattie. Oltre che, ovviamente, aver ridotto le vittime per ragioni come gli incidenti stradali in un lungo periodo in cui gli spostamenti sono stati ridotti al minimo.

Insomma, in mezzo a tante cose orribili portare dal Covid-19, c’è anche qualche paese che ha saputo tirarne fuori un dato positivo. Ma ce ne sono altri che purtroppo non hanno fatto altrettanto, e l’Italia è uno di questi: da gennaio a settembre, ultimo mese disponibile, la mortalità per ogni causa è salita del 9%. Tra marzo e maggio, i mesi di fuoco della prima ondata, la mortalità è salita del 31%. E considerando che gli ultimi mesi del 2020 sono stati quelli interessati dalla seconda ondata, è plausibile attendersi che quel 9% peggiorerà quando saranno disponibili i dati di tutto l’anno.

C’è però chi ha fatto peggio di noi, cioè gli Stati Uniti: da marzo a fine dicembre 2020 la mortalità generale del paese è stata superiore del 18% rispetto all’atteso. 400mila persone in più sono morte in tutti gli Stati Uniti dall’inizio della pandemia. La rappresentazione grafica della variazione delle morti, sviluppata dal New York Times, è un terribile testamento di quanto violentemente il coronavirus abbia stravolto la realtà intorno a noi.

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