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News | di Matteo Gamba |

Il dopo coronavirus? La psichiatra Gosio: “Non sarà un dopoguerra, ma dovremo ribaltare tutte le prospettive”

Parliamo con la psichiatra e psicoterapeuta Nicoletta Gosio del periodo che verrà, speriamo il prima possibile. Tra rischi di choc, nuove marginalità e nuovi danni psicologici per la fine della paura e il ritorno della socialità. Ma anche nuove opportunità: ecco come non perderle

“Quando l’emergenza pandemia e i lockdown si attenueranno, ci saranno nuovi rischi di danni psicologici ma anche nuove opportunità per ripensare la nostra vita. Potremo e dovremo farlo solo ribaltando molte prospettive”.

Con la psichiatra e psicoterapeuta Nicoletta Gosio parliamo del periodo che verrà, speriamo il prima possibile. In aprile l’avevamo sentita sulle possibili ricadute della vita in quarantena, nell’intervista che trovate cliccando qui, ora ci concentriamo sul “dopoguerra”: “Devo dire che non amo molto la metafora della guerra; bombardamenti, case e famiglie distrutte, la fame, l’orrore dei combattimenti non credo siano paragonabili a quanto, pur nella sua drammaticità, stiamo vivendo”.

Come va affrontato questo "dopo"?
“Molto dipenderà, anche sul piano delle ricadute psicologiche, dalle risposte che verranno date a tanti altri livelli, economici, istituzionali, sociali. Insieme, e ancor prima, dalla nostra capacità di chiedere le cose giuste, senza inseguire privilegi e attese di risoluzioni magiche. Certamente ci saranno, e in parte ci sono già, manifestazioni di sofferenza. Ma innanzitutto dobbiamo distinguere tra difficoltà concrete, dolore e veri e propri quadri clinici. Guardo con perplessità a interventi generalizzati, come l’apertura di ‘punti di ascolto’ a pioggia, che rischiano di alimentare passività e infantilizzazione, invece che stabilire alleanze con la forza e la fiducia nelle proprie risorse di fronte alle nuove difficoltà e sfide. Tra l’altro con una presunta terapia di massa e il ricorso troppo facile a diagnosi anticipate, magari di moda, si possono perdere le caratteristiche dei vari casi. E invece bisogna sempre fare delle distinzioni”.

Quali?
“Innanzi tutto va considerato il diverso livello di sofferenza a cui si è stati esposti. Per esempio tra gli operatori sanitari, chi si è ammalato o ha perso una persona cara per Covid e la popolazione in generale. Poi c’è chi rischia comunque di più nell’affrontare il dopo pandemia”.

Di chi stiamo parlando?
“Delle persone più fragili. Chi aveva già prima disturbi psicologici o psichiatrici, disabilità o difficoltà relazionali può finire ancora di più ai margini. In questi casi pandemia e lockdown amplificano problemi che erano già presenti”.

E i giovani?
Il disagio giovanile lo conosciamo da decenni, ma su questo tema si giocano molti equivoci. È una questione che in realtà riguarda tutti, incluso il mondo degli adulti con i modelli e i messaggi che la nostra cultura – o non-cultura – trasmette. Bisogna insistere anche in questo caso sulla capacità di reagire, credere in se stessi e affrontare il mondo nuovo. Potrebbe essere la volta buona per dare l’addio a quella fragile ipertrofia dell’io con cui sono cresciuti troppi ragazzi”.

Intanto sono aumentati gli abusi di sostanze.
“Sì, una problematica enorme, ancora non adeguatamente affrontata. L’abuso di stupefacenti, alcol e psicofarmaci come fuga dalla fatica, paura di affrontare il mondo e di stare con se stessi, è facile che ne risulti accentuato”.

Altre aree di rischio?
“I disturbi legati all’ansia sembrano aumentati. Il numero dei suicidi è in crescita, con previsioni allarmanti, e anche i rischi di depressione vengono considerati alti. Ma depressione è un termine vago, un contenitore ampio. Eviterei di lanciarsi in stime pessimistiche. Piuttosto va sottolineato che una vera prevenzione passa dall’andare alla fonte di molti di questi problemi che hanno spesso ragioni economiche e sociali prima e più che mentali. Dobbiamo fare attenzione alle nuove disuguaglianze: molti disturbi si accentuano quanto più esistono fasce deboli di povertà e isolamento. Tutto, ripeto, dipenderà da come reagiremo: malessere, sofferenze e disturbi ci accompagnavamo già prima”.

Va messo in discussione anche il ‘tornare alla vita di prima’?
“Sì, molte delle difficoltà nell’affrontare la crisi attuale sono una conseguenza della ‘vita di prima’ e anche di tratti psicologici e culturali perniciosi che si sono imposti, per lo più di stampo narcisistico, che non ci aiutavano certo né a sentirci felici né a stare bene con gli altri. Magari potremo organizzare modalità diverse e migliori, con meno pretese e più coerenza con gli aspetti fondamentali dell’esistenza. Con la gradualità che sarà necessaria e compatibile con l’andamento della crisi. Anche da qui, senza scatenarsi in ‘abbuffate’ di incontri, o industriarsi ad aggirare regole di prudenza, si comincia a misurare un possibile cambio di registro”.

Il ‘dopo’ insomma è un’opportunità.
“Per impostare i rapporti con gli altri a un maggiore rispetto e tolleranza reciproca. Dopo aver perduto molta della nostra socialità, sarebbe bello ritrovarne una, magari più sana, meno improntata a egoismi e superficialità. Un’utopia, forse, ma per la quale vale la pena di impegnarsi. Perché sperare solamente non basta”. 

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