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Fine vita, Tribunale non esclude il suicidio assistito per un 43enne: è la prima volta in Italia | VIDEO

 Il Tribunale di Ancona ha disposto che l’Asl verifichi la sussistenza delle condizioni affinché un 43enne, rimasto tetraplegico, possa avere accesso al suicidio assistito. E’ la prima volta in Italia che viene applicata la cosiddetta “sentenza Cappato”, nata dalla vicenda di Dj Fabo che noi de Le Iene vi abbiamo raccontato con Giulio Golia

Arriva dalle Marche una decisione che potrebbe cambiare per sempre l’accesso al diritto di avere una fine dignitosa per la propria vita: il tribunale di Ancona ha stabilito che l’Asl deve verificare le condizioni di un paziente per l'accesso al suicidio assistito, in attuazione della cosiddetta "sentenza Cappato" della Corte costituzionale. 

La decisione, ha fatto sapere l'Associazione Luca Coscioni, arriva dopo il reclamo presentato da un 43enne marchigiano, rimasto tetraplegico dieci anni fa per un incidente stradale e in condizioni irreversibili. 

Una decisione storica, perché è la prima volta in Italia: tutto nasce dalla sentenza della Corte costituzionale del 2019 sul cosiddetto ‘caso Cappato’, l’esponente radicale che aveva accompagnato in una clinica svizzera dj Fabo per portare a termine un suicidio assistito. Per i supremi giudici, infatti, a determinate condizioni l’aiuto al suicidio non sono è considerarsi reato: se la patologia del malato è irreversibile e la sofferenza intollerabile, non si applica l’articolo 580 del codice penale.

Il nostro Giulio Golia ci aveva raccontato la storia di Dj Fabo: Fabiano Antoniani era rimasto tetraplegico a causa di un incidente stradale. Nel febbraio 2017, sfinito dal dolore e dalla sofferenza per la sua condizione, decide di andare in Svizzera per poter praticare il suicidio assistito che in Italia gli è negato nonostante vari appelli pubblici e al presidente Mattarella.

Nel suo viaggio dj Fabo è accompagnato da Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni noto per le sue battaglie sul fine vita: dopo questo gesto d’umanità l’ex parlamentare si è autodenunciato, diventando imputato a Milano in un processo per aiuto al suicidio. 

Durante le udienze il servizio di Giulio Golia è stato utilizzato per dimostrare la libertà e lucidità della scelta di Fabiano. Il Tribunale ha così chiesto alla Corte costituzionale di decidere se l’articolo 580 del codice penale, quello che punisce chi aiuta in qualunque modo una persona a togliersi la vita, sia conforme alla nostra Costituzione. La sentenza della Suprema corte, pur non sanando completamente l’assenza di una legge sul fine vita, aveva stabilito che non sempre l’aiuto al suicidio è punibile.

“Il paziente ci ha messo 10 mesi passando per due udienze e due sentenze, per vedere rispettato un suo diritto, nelle sue condizioni”, ha commentato Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni. “Non è possibile costringere gli italiani a una simile doppia agonia. Occorre una legge”.

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