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Mafia dei Nebrodi, 24 anni al boss Bontempo. Antoci: “Io oggi sono vivo dopo l'attentato, lui in carcere” | VIDEO

Arrivano le prime sei pesanti condanne con rito abbreviato al maxi processo "Nebrodi" di Messina per le truffe milionarie della mafia rurale sui fondi pubblici italiani ed europei all'agricoltura. Un processo storico anche come dimensioni, con 102 imputati e oltre 700 testimoni previsti. “Il primo passo è fatto”, dice l'ex presidente del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, sopravvissuto come vi abbiamo raccontato con Gaetano Pecoraro a un attentato nel 2016 e vittima pure del successivo "mascariamento"

Oltre 52 anni di carcere per sei imputati, di cui 24 per il solo Sebastiano Bontempo. Arrivano le prime pesanti condanne con il rito abbrevviato al maxiprocesso “Nebrodi” che con 102 di imputati è il più grande mai celebrato in Europa per truffe milionarie ai fondi pubblici all’agricoltura. Una truffa che noi de Le Iene vi abbiamo raccontato fin dall'inizio assieme all'attentato subito nel 2016 dall'ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, come vedete qui sopra nel servizio di Gaetano Pecoraro. Con la nostra Iena, come vi raccontiamo più in basso, abbiamo sempre seguito questa storia fino al recente "mascariamento". 

Per il boss Bontempo, la Gup Simona Finocchiaro è andata oltre la richiesta di 20 anni dei pm. Altri sei i condannati, due gli assolti.  Anche il dibattimento si preannuncia ora di dimensioni storiche con 307 testimoni chiesti dalla Procura e oltre 400 dalle difese. “Il primo passo è fatto con queste condanne esemplari”, ha commentato Giuseppe Antoci, “e sono quelle che si meritano per aver tenuto in ostaggio un territorio, mortificandolo, derubandolo e facendolo regredire. Quei fondi dovevano andare agli allevatori e agricoltori perbene e non ai mafiosi. Questo primo passo fa ben sperare per il prosieguo del Maxiprocesso. Io sarò qui ad attendere”.

“Nel 2016 gli accoliti di Sebastiano Bontempo non sapendo di essere intercettati dissero che ci sarebbero voluti cinque colpi per farla finita con Antoci”, prosegue, parlando del boss appena condannato, l’ex presidente del Parco, sopravvissuto all’attentato del 2016 e che ha voluto essere presente a inizio marzo all’apertura del processo. “Bene, oggi io vivo grazie alla mia scorta, lui in carcere per i prossimi vent'anni. Questa vicenda ha stravolto la mia vita e quella della mia famiglia ma sono orgoglioso del lavoro svolto perché con il Protocollo che porta il mio nome, poi inserito nel codice Antimafia, abbiamo colpito con un’azione senza precedenti una mafia ricca, potente e violenta, ed è per questo che quella notte volevano fermarmi. Volevano bloccare l’idea di una legge nazionale e dunque tutto quello che sta accadendo oggi. Ma io adesso, grazie alla mia scorta della polizia, sono ancora qui e vedo loro alla sbarra e quel sistema mafioso andato in frantumi grazie all’eccellente lavoro svolto dalla procura Antimafia di Messina, dai carabinieri del Ros e dalla Guardia di Finanza. Mi sembra un buon osservatorio dal quale attendere le altre condanne”.

L’ATTENTATO E IL “MASCARIAMENTO”
Giuseppe Antoci da presidente del Parco dei Nebrodi con il suo Protocollo di contrasto alla criminalità organizzata aveva provocato la perdita di un business milionario per la mafia rurale. Per questo Il 18 maggio 2016 è arrivato l’attentato in una strada isolata: la macchina blindata e l’intervento tempestivo degli agenti della scorta lo hanno salvato dalle pallottole. Anche ad anni di distanza, ora che Antoci non ricopre più alcun incarico pubblico, la sua figura è ancora al centro dell’attenzione della malavita e di una possibile operazione di “mascariamento”, di macchina del fango volta a oscura la sua figura e la sua lotta ai clan.

Un anno fa vi abbiamo raccontato i nostri dubbi su quanto concluso della Commissione antimafia siciliana che con un'inchiesta aveva lasciato aperte tre conclusioni su quell’attentato: atto dimostrativo non destinato a uccidere, messinscena a sua insaputa, attentato mafioso (qui potete trovare anche il servizio successivo). Di queste tre, si sosteneva, “l’attentato di mafia è la meno plausibile”. Una posizione ribadita dal presidente di quella commissione, Claudio Fava.

Il gip del Tribunale di Messina ha messo poi la parola fine in luglio a queste ipotesi dal punto di vista giudiziario. “Sebbene le indagini non abbiano consentito di risalire agli autori dell’attentato", scrive disponendo l’archiviazione dell’inchiesta bis, “la conclusione raggiunta dalla Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia ossia che l’ipotesi del fallito attentato mafioso sia la meno plausibile appare preconcetta e comunque non supportata da alcun dato probatorio". “Sono pure elucubrazioni mentali”, si legge nell’ordinanza, “non corroborate da alcun dato probatorio pensare a un coinvolgimento di Antoci o degli agenti della sua scorta”.

IL MAXIPROCESSO
Il processo appena iniziato a Messina nasce dal blitz del gennaio 2020 con 94 arresti, a cui sono seguiti in dicembre 97 rinvii a giudizio. L’accusa è di far parte di una delle organizzazioni criminali più pericolose, la mafia rurale, capace di accaparrarsi senza mai dare nell’occhio enormi flussi di denaro pubblico (parliamo di milioni e milioni di euro). Tra gli imputati ci sono alcuni esponenti delle famiglie mafiose di Tortorici, il cuore del Parco dei Nebrodi, i Bontempo Scavo e i Batanesi, accusati a vario titolo di intestazione fittizia di beni, estorsione, truffa aggravata, associazione mafiosa e traffico di droga.

Il meccanismo della truffa sarebbe questo: si individuavano terreni “liberi”, sui quali cioè non sono stati richiesti i finanziamenti europei, in un secondo momento i proprietari di quei terreni vengono convinti con le buone o con le cattive a sottoscrivere contratti di affitto a prestanomi della mafia. Mafia che alla fine intasca i ricchi fondi europei.

“Abbiamo scoperto che i terreni degli enti pubblici sono stati per anni fonte di finanziamento per alcune associazioni mafiose”, ha raccontato Antoci a Gaetano Pecoraro. “La torta era divisa in mano a pochi. Con 1.000 ettari di terreno si paga un affitto di 52mila euro l’anno, ma si arriva a ottenere anche 550mila euro l’anno di finanziamenti. Un sistema che consentiva di ottenere dall’Europa milioni e milioni di euro in maniera assolutamente legalizzata e senza rischio”.

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