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News | di Matteo Gamba |

Io, rider improvvisato per la pandemia a 3 euro e mezzo all'ora: vivo nell'angoscia

Nuovo appuntamento con il mondo dei rider. Giovanni, 30 anni, siciliano ci racconta come il contratto nazionale appena firmato sia spesso pura teoria: “Lavoro da quando avevo 15 anni per aiutare i miei. Facevo il cuoco, ora con la pandemia mi sono improvvisato portapizze per 300 euro al mese: è durissima, facendo un lavoro durissimo”

“Lavoro da quando avevo 15 anni, anche per aiutare economicamente i miei genitori. Da lavapiatti sono diventato cuoco, guadagnavo 1.300 euro al mese, ero felice. Il coronavirus ha fatto chiudere il mio ristorante e mi sono dovuto improvvisare rider per 300 euro mensili: è durissima, facendo un lavoro durissimo”.

Giovanni (il nome è di fantasia) ci ha scritto dalla Sicilia e la sua storia dà purtroppo ancora più concretezza alla vita difficile in Italia ai tempi del Covid. Come è successo con quella di Daniel Pedretti che a 33 anni, dopo 10 passati da titolare di un’agenzia di viaggio, si è rimboccato le maniche e si è messo a “consegnare hamburger, pollo e piadine” a Brescia per riuscire ad andare avanti (qui l’articolo).

Giovanni di anni ne ha 30, consegna pizze e anche lui si è rimboccato parecchio le maniche: “Il ristorante dove facevo il cuoco ha chiuso con il primo lockdown, così a maggio mi sono inventato rider per un locale della mia città”, ci dice al telefono. “Era tornato a fare il cuoco in estate ma il ristorante faceva fatica e in autunno ha chiuso di nuovo. Ero al nero e non ho avuto cassa integrazione né alcun altro aiuto dallo Stato. Da ottobre sono tornato a fare consegne, sempre al nero ovviamente, come succede troppe volte al Sud. Ho sempre lavorato così, fin da quando ho iniziato a 15 anni, lavando i piatti, per aiutare economicamente i miei. Come cuoco ero arrivato a guadagnare 1.300 euro al mese, ora arrivo al massimo a 300 euro. Tra bollette, spesa, benzina facciamo una gran fatica io e mamma ad andare avanti con questi soldi dopo la morte di papà due mesi fa”.

Il contratto nazionale firmato a settembre per i rider con un minimo di 10 euro l’ora è pura teoria: “Lavoro per nove ore al giorno abbondanti per 35 euro. Fanno tre e mezzo l’ora: inizio alle 15 aiutando in cucina con le pulizie, poi dalle 18 a dopo mezzanotte si va di consegne. Si fanno solo due volte la settimana, nel weekend. Il titolare si arrabbia al minimo ritardo, e anche i clienti che magari ti aprono già infastiditi e senza mascherina infischiandosene delle regole anti Covid. Si vive nell’angoscia, tra mortificazioni e umiliazioni, cercando vie e citofoni al buio tra strade strettissime, sempre di corsa nel traffico con il motorino del capo o con la mia macchina. Ti trattano male per un quarto d’ora di ritardo e al massimo, quando va bene, ti lasciano 50 centesimi di mancia”.

“Io resisto, a testa bassa”, conclude Giovanni. “Grazie al cielo alla fine che c’è questo lavoro da rider. Conosco ristoratori che non guadagnano più. Tasse e affitto vanno pagati lo stesso però: c’è chi dorme in macchina e lascia la casa. Vorrei solo poter tornare a fare il mio lavoro: amo fare il cuoco, vorrei solo pensare di poter progettare di sposarmi con la mia fidanzata e di poter vivere insieme. Vorrei solo poter realizzare il mio sogno di una piccola vita normale”.


Se anche voi volete raccontarci la vostra storia, scriveteci su redazioneiene@mediaset.it.

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Con la pandemia Daniel Pedretti ha visto crollare a zero le entrate della sua agenzia di viaggi dopo 10 anni di fatiche. Si è rimboccato le maniche ed è diventato fattorino per le consegne di cibo a domicilio. Ci ha contattato: la sua storia ci racconta un pezzo dell’Italia ai tempi del coronavirus

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