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Malattie rare: "In Italia mia figlia potrebbe vivere da essere umano” | VIDEO

Abduljelil, studente etiope dell’università di Brescia chiede aiuto per curare in Italia sua figlia, che ha un anno e mezzo e vive in Etiopia

Aiutatemi, devo portare mia figlia malata in Italia”. Questo l’appello di Abduljelil Ali Kassa, uno studente etiope che sta seguendo un master all’università di Brescia. Abduljelil ci ha scritto raccontando la storia di sua figlia, Ametelwedud, di circa un anno e mezzo, nata in Etiopia mentre lui si trovava a Brescia.

“All’inizio era normale, rideva, capiva le cose. Ma dopo circa 75 giorni, durante la notte, è stata male, non riusciva a respirare”, racconta il padre. Così la madre porta la piccola all’ospedale St. Paul di Addis Abeba. “Aveva come un attacco epilettico, scuoteva continuamente le gambe”. Così, i medici la prendono in cura. “È entrata in coma per tre giorni”, racconta.

Sono passati mesi, ma ancora oggi la bambina “non riesce a tenere la testa dritta, a stare seduta o a respirare bene”. La piccola, racconta il padre, non sta crescendo in maniera proporzionata: “Le gambe sono troppo sottili e il cranio non ha una grandezza normale”. “Riesce a muovere le gambe, ma le mani sono come inermi”. Due mesi fa è stata fatta la risonanza magnetica: “Le hanno trovato una malattia cerebrale della sostanza bianca”. “I medici hanno detto che non potrà parlare e camminare. Il futuro che hanno prospettato per lei è davvero buio, specialmente se resta in Etiopia. Nel mio paese è difficile provvedere a tutte le cure di cui ha bisogno. L'opportunità medica e l'accesso all'istruzione per questo tipo di bambini è molto limitata e arretrata in Etiopia”.

Così, Abduljelil ha deciso di chiedere aiuto a noi. Speriamo che il suo appello possa servire. Chiunque possa e voglia aiutarlo a far venire sua figlia in Italia per ricevere assistenza medica adeguata, può scriverci a redazioneiene@mediaset.it e rispondere all’appello di Abduljelil: “Aiutatemi a dare a mia figlia la possibilità di vivere da essere umano”.

 

Sale il bilancio delle vittime mentre si celebrano i funerali di Stato, rifiutati da venti famiglie. Una testimone diretta racconta il crollo del ponte. Ed emerge un incontro di 27 giorni fa che evidenziava criticità e prometteva interventi proprio sui cavi, prima ipotesi di lavoro come causa della tragedia. “Chiesti invano controlli 24 ore su 24”

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