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News | di Luigi Grimaldi |

Morta la mamma di Ilaria Alpi. 24 anni senza verità: tutti i dubbi

Luciana non saprà mai chi ha ucciso nel 1994 in Somalia sua figlia e il collega Rai, Miran Hrovatin. Ecco depistaggi e dubbi su un omicidio ancora senza colpevoli. E una nostra pista, su cui vale la pena di indagare, anche in nome di questa madre che non si è mai arresa

“Non mi interessa sapere chi ha premuto il grilletto. Io voglio sapere chi li ha mandati, chi li ha pagati per uccidere mia figlia e il suo collega e perché sono dovuto morire”. 

Sono tutti qui, in questa frase, 24 anni di dolore e di lotta di Luciana Alpi, madre di Ilaria Alpi assassinata a Mogadiscio assieme al collega Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994. Luciana è morta ieri a 85 anni, senza aver potuto sapere la verità sulla morte della figlia. Una grande madre coraggio che fino all’ultimo giorno si è battuta come una leonessa, ma sempre con misura, compostezza e dignità, anche di fronte a uno Stato inerte e beffardo.

Ventiquattro anni senza che si potesse raggiungere una verità giudiziaria e senza che le istituzioni del nostro Paese sapessero fare altro che condannare un innocente Hashi Omar Hassan, a 26 anni di carcere per un duplice omicidio che, come stabilirà il Tribunale di Perugia nel 2016, non aveva commesso. Un capro espiatorio. Il 30 marzo scorso gli sono stati riconosciuti tre milioni di euro di risarcimento per 16 anni di ingiusta detenzione.

Di lui abbiamo parlato nel 2015, mentre era ancora in carcere, in un servizio di Giulio Golia, dopo che Omar Hashi Hassan ci aveva mandato un messaggio video chiedendoci aiuto. Raccontavamo come già da tempo la testimonianza di Ahmed Ali Rage, detto Gelle, su cui si reggeva la condanna di Hashi (attirato in Italia con un tranello dal ministero degli Esteri e subito arrestato), era fasulla. Gelle non si trovava dove è stata uccisa Ilaria Alpi e sostiene di essere stato pagato per la falsa testimonianza dall'ambasciatore Giuseppe Cassini (che smentisce tutto).

Sfoglia qui sotto nella gallery le foto del servizio in cui nel 2015 smontavamo già, come è accaduto poi in aula l'anno dopo, la condanna di Hashi.   

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, tutti i dubbi sulle indagini in foto

 
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“Non la vogliono. La verità sulla morte di Ilaria, non la vogliono”, ripeteva Luciana. Impossibile darle torto. Qualcuno non la voleva, e non la vuole, perché evidentemente la “Verità” quella con la maiuscola, quella che dovrebbe essere scritta negli atti giudiziari e non sui giornali o nei libri, ormai di storia, fa ancora evidentemente paura. Tanto che ancora è aperta una finestra giudiziaria: il giudice per le indagini preliminari di Roma Andrea Fanelli si è riservato, lo scorso 8 giugno, di decidere nei prossimi giorni per la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura della Repubblica.

Ricapitolando
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vennero assassinati in Somalia, nella capitale Mogadiscio, il 20 marzo 1994, poco dopo essere rientrati da un viaggio nell’estremo nord del Paese, a Bosaso, dove avevano filmato e indagato su una nave Italo-somala, ma con comandante e parte dell’equipaggio italiani, che in quelle acque era stata sequestrata. Una nave da pesca oceanica della compagnia Shifco, dono del nostro ministero degli Esteri alla Somalia, un Paese dilaniato in quegli anni da una sanguinosa e irrisolvibile guerra civile, nonostante l’intervento Onu "Restore Hope" allora in corso a cui partecipava anche l’Italia. La guerra civile, di fatto non ancora finita, è iniziata dopo il crollo, nel gennaio 1991, della lunga e sanguinosa dittatura di un grande amico dell’Italia: Siad Barre. 

Strano Paese la Somalia, ex colonia e quasi una regione aggiunta dell’Italia, dove al cinema si vedevano film in Italiano, dove quasi tutti parlano Italiano, dove tutta la classe dirigente si è formata nelle accademie militari italiane per ufficiali e sottufficiali. Lo stesso Siad Barre veniva dalla scuola sottufficiali dei carabinieri di Firenze.

Ma, la Somalia è anche il paese di bengodi di trafficanti e traffici di ogni tipo e della corruzione, avamposto specializzassimo dell’Italia di Tangentopoli. Ma, in quel 1994, con la guerra civile in atto e l’intervento Onu, è soprattutto il Paese specializzato in traffici di armi e rifiuti tossici, anche nucleari, da smaltire nei territori controllati dai vari signori e signorini della guerra, disposti ad avvelenare il proprio Paese in cambio di armi e munizioni necessarie a mantenere e difendere il proprio potere e il proprio clan. 

La Shifco e i traffici di armi
Proprio sulla Shifco era incentrata l’attenzione a Bosaso dei due inviati della Rai. Lo testimoniano uno dei block notes di Ilaria e le domande fatte al sultano di Bosaso nell'ultima intervista di questa coraggiosa giornalista.

Coraggiosa perché il sultano era stato chiaro: parlare di queste cose è pericoloso. E infatti, come hanno dimostrato le indagini degli ispettori Onu incaricati di monitorare l’embargo sulle armi imposto alla Somalia, le navi Shifco erano impiegate in traffici internazionali di armi.

Traffici che avevano coinvolto Paesi come la Polonia, la Lettonia, gli Stati Uniti, i servizi segreti di diversi Paesi e il grande trafficante siriano Monser Al Kazar. È lo stesso gruppo di interessi che era già stato coinvolto nei traffici della Cia dello scandalo Iran-Contras che era quasi costato la presidenza a Ronald Regan. Traffici, quelli somali, avvenuti nel 1992 e di nuovo proprio nel marzo del 1994. Traffici oggetto di inchieste giudiziarie e parlamentari in Polonia, Lettonia, Spagna e Svizzera, ma di cui nel nostro Paese non c’è traccia nelle decine di migliaia di pagine di inchieste giudiziarie e parlamentari, sul delitto Alpi-Hrovatin.

Le tasche vuote di Ilaria e il giallo della chiave
Raccontiamo anche questo passaggio inedito della storia di Ilaria e Miran come contributo alla ricerca della verità perché nessuno, negli ultimi 24 anni se ne è mai occupato. Lo facciamo come fosse un regalo di addio alla mamma di Ilaria e proprio perché da lei abbiamo imparato che non bisogna arrendersi. Non c’è traccia anche di quello che possiamo chiamare "il giallo della chiave di Ilaria" né nel processo, né nei lavori della commissione parlamentare di inchiesta, e nemmeno nelle inchieste giornalistiche. 

Ilaria e Miran arrivano in aereo da Bosaso nella tarda mattinata del 20 marzo. All’aeroporto, controllato esclusivamente da militari americani, non dovrebbe esserci nessuno ad aspettarli perché la scorta dei due giornalisti è stata depistata e spedita all’Ambasciata americana dove normalmente arriva l’elicottero-navetta dall’aeroporto. Ilaria e Miran non lo prendono. Qualcuno, non si sa chi, li preleva, li fa uscire dall’aeroporto senza che venga registrato, come era obbligatorio, il loro passaggio e con una scorta armata li accompagna in albergo, l’Hotel Sahafi dove i due occupano le stanze 202 e 203.

Ilaria e Miran, arrivano in albergo accompagnati dal misterioso comitato di ricevimento che li ha traghettati dall’aeroporto. Ma con i due giornalisti arrivano in albergo anche i loro bagagli? O chi li ha accompagnati ha trattenuto in tutto o in parte i loro bagagli?

Gli inviati cercano subito il corrispondente dell’Ansa, che non c’è: è a Nairobi in Kenya. Perché lo cercano? Poi Ilaria, improvvisamente, nonostante avesse prenotato il satellite per inviare un “servizio esplosivo”, vuole andare al di là della linea verde che divide Mogadiscio tra le fazioni, verso l’Hotel Hamana. Ha tanta fretta da non voler aspettare di avere una scorta armata affidabile. Lì, davanti all’abergo, ad aspettarla c’è solo il commando che la ucciderà. Chi doveva incontrare Ilaria con tanta urgenza? E perché proprio lì? 

Numeri che non tornano
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin occupavano all’Hotel Sahafi le stanze 202 e 203. Addosso al cadavere di Ilaria è stata ritrovata la chiave della stanza 202. La chiave della stanza 203 non è invece mai stata ritrovata. Con il materiale tecnico all'interno (e il denaro) è impossibile che Miran l'avesse lasciata alla reception dell’Hotel. Ma tutti i testimoni che si sono recati al Sahafi per recuperare le cose di Ilaria e Miran riferiscono di essere entrati nelle camere 203 e 204. Ilaria occupava sul master book della reception la stanza 202, Miran la 203.

Eppure, anche dalle immagini girate dalla tv svizzera, che accompagna sul posto la giornalista di Studio Aperto, Gabriella Simoni, e l’inviato di Panorama, Giovanni Porzio, si vede che la camera di Ilaria è la 204 (che fisicamente non può essere collocata prima della 203). La disposizione e la qualità degli oggetti nella camera di Ilaria fa sospettare che si tratti di una messinscena. I bagagli sono tutti disfatti! Le borse sono tutte vuote. I preziosi passaporti buttati su un letto. Tanto che la Simoni, osservando la scena dice: “Ma stava preparando i bagagli?”. L’interno della camera è intonso mentre tutte le cose di Ilaria sono alla rinfusa, ovunque.

C'è poi la questione della telecamera. Hrovatin non sarebbe mai uscito senza. La regola in zona di guerra, dove può sempre accadere qualcosa da riprendere, è non abbandonarla mai. Nessuno ha mai sottolineato che Ilaria Alpi al momento dell'omicidio non aveva con sé nessun oggetto personale, neppure un fazzoletto da naso. Non aveva il passaporto che è stato ritrovato buttato sul letto con quello di Hrovatin. Sopratutto non aveva lo zainetto nero che compare sempre in tutte le fotografie in Somalia.

È assurdo pensare Ilaria abbia progettato di attraversare la linea verde in zona di guerra come se stesse andando sotto casa a comprare il latte! Stessa cosa per Hrovatin. Anche lui non avrebbe mai e poi mai abbandonato il passaporto (chiedete pure a qualunque corrispondente o inviato di guerra). Praticamente Miran aveva con sé solo il portafoglio!

Perché, fino ad oggi, nessuno ha mai indagato sullo scambio delle stanze? Magari per scoprire che si tratta di un semplice equivoco, o magari per scoprire che i due inviati Rai si recarono proprio dove li aspetta il commando omicida credendo di recuperare il materiale come bagagli e telecamera e quanto necessario (block notes e cassette video) per confezionare il “servizio esplosivo” che avevano annunciato al tg della Rai. Magari il tutto era stato sequestrato per attirarli in un tranello mortale.

Una cronologia da brivido
Ilaria e Miran vengono assassinati alle 13 circa (ora Italiana). Alle 14.43 l’agenzia Ansa da Mogadiscio batte la prima agenzia: “La giornalista del Tg3 Daria Alpi (cit.) e il suo operatore... sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord". Solo 21 minuti dopo, a Roma sono le 15.04, l'Ansa (di Roma) riporta una nota dello Stato Maggiore della Difesa in cui si sostiene che “Niente di proprietà dei due giornalisti è stato sottratto”. Una certezza opera della sfera di cristallo. Nessun militare interviene sul posto, ma in effetti tutto viene ritrovato nelle due stanze 203 e 204 dell’Hotel Sahafi. Solo che la camera di Ilaria era la 202 e, mentre da Roma si diffonde ufficialmente questa certezza (“nulla è stato sottratto”), nessuno ha fatto un inventario. Anzi, chi si sta prodigando (Porzio e Simoni) per recuperare i materiali di Ilaria e Miran, si trova ancora nell’albergo, nella “presunta camera” di Ilaria. 

L'unica certezza assoluta intanto è che purtroppo Luciana Alpi, nonostante la sua lotta, non saprà mai la verità. Speriamo che il gip non archivi definitivamente, perché di quella verità abbiamo bisogno tutti.

Sfoglia qui sotto nella gallery le foto del sultano di Bosaso (ultimo intervistato da Ilaria Alpi prima di morire), della ammiraglia della flotta Shifco XXI Oktobaar II (in seguito ribattezzata Urgull), di Monser Al Kazar, dei documenti Onu sul traffico d'armi in Somalia, dell'Hotel Sahafi e del registro delle camere con i numeri di stanza che non tornano.

Omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: le foto di un mistero d'Italia

 
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Guarda qui sotto il servizio completo di Giulio Golia del 2015.

 

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