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Deborah, il papà e la boxe: “Anni di violenze, non c'era più futuro”

È stata ridotta a eccesso colposo di legittima difesa (inizialmente omicidio colposo), l’accusa per Deborah Sciacquatori. La 19enne di Monterotondo, in provincia di Roma, domenica al culmine di un lungo periodo di maltrattamenti in famiglia ha ucciso il padre. Agli inquirenti ha raccontato anni di violenze subìte. Con Pablo Trincia, vi abbiamo appena raccontato la storia di Luigi, che ha ucciso il papà violento per difendere la madre e che in carcere è rinato 

L’amore per la boxe è l’unica cosa che mi ha lasciato mio padre”. Inizia da qui la confessione fiume di Deborah Sciacquatori, la 19enne di Monterotondo, in provincia di Roma, che all’alba di domenica ha ucciso il papà 41enne al culmine di un lungo periodo di maltrattamenti in famiglia e violenze come ha riferito agli inquirenti. Dopo il fermo iniziale, la ragazza è stata rilasciata e dovrà rispondere di eccesso colposo di legittima difesa.

“Io e mamma non credevamo più nel futuro per questo non siamo mai andate al pronto soccorso per farci medicare e per questo non abbiamo mai denunciato”, racconta la ragazza su Repubblica. “L’unico ricordo bello che ho di mio padre è quando andavamo insieme alla boxe. Avevo tra i 6 e gli 8 anni”.

In queste settimane Deborah è alle prese con la maturità, per tutti è una studentessa modello. “Quando lui picchiava mia madre, io mi chiudevo in camera e studiavo moltissimo. Era l’unico modo per garantirmi un futuro migliore”, racconta. L’uomo arrivava a mettere le mani al collo alla moglie. Una scena che si è ripetuta anche domenica mattina. Sciaquatori si è presentato a casa all’alba, reduce da una notte trascorsa in giro bevendo. Ha iniziato a battere i pugni sulla porta per entrare, in casa vivono la figlia, la moglie e la suocera. “Voleva che mia madre andasse a prendergli altre birre. Avevo paura”, racconta Deborah che decide così di intervenire per proteggere la sua famiglia.

Ancora da chiarire è che cosa abbia ucciso il padre. Se un pugno o una coltellata. In quei momenti concitati, la ragazza ha preso un coltello dalla cucina. La lite dall’abitazione si è trascinata all’androne del palazzo, una casa popolare di via Aldo Moro. Ne è nata una colluttazione tra la figlia e il padre, Deborah, boxeur come lui, ha deciso di bloccarlo con un pugno e forse anche con una coltellata: "Non volevo facesse male alla nonna, avevo paura che l'avrebbe ammazzata". Si accorge che l’uomo sta male e pochi istanti dopo muore tra le sue braccia.

"Papà, papà. Perdonami, papà, non volevo. Non mi lasciare, papà, io ti voglio bene", ha detto all’arrivo dei carabinieri. Il 41enne da tempo era violento nei confronti della figlia, della moglie e della suocera. Era anche in cura al Sert cittadino per uso di droghe.

Per i magistrati non si tratterebbe di omicidio, ma di eccesso colposo di legittima difesa. Tuttavia il procuratore di Tivoli Francesco Menditto starebbe valutando l’ipotesi di chiedere l’archiviazione per legittima difesa. “Aveva gli occhi spiritati quando tornava a casa ubriaco”, dice Deborah. “Mi diceva che dovevo volergli bene perché era mio padre. Per questo mi urlava contro”.

La ragazza non ha più sopportato quelle violenze continue e ha ucciso il papà. La stessa situazione che ha vissuto Luigi Celeste, come ci ha raccontato Pablo Trincia. Dieci anni fa, allora 23enne ha ucciso il padre violento. Oggi è un uomo libero. È un tecnico specializzato nella sicurezza informatica e riesce anche a girare il mondo. Rispetto al passato non ha rimorsi.

Guarda qui sotto il servizio completo di Pablo Trincia con la storia di Luigi Celeste.

 

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