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Vannini, Speciale Iene/5: il mistero delle armi | VIDEO

Quinta parte dello speciale dedicato alla morte di Marco Vannini. Giulio Golia ripercorre il momento dell'arrivo dei soccorsi e le versioni che Antonio Ciontoli dà prima a questi e poi al medico del Pronto Soccorso sull'accaduto. La Iena mostra quello che sembra non tornare sulla posizione delle pistole e sul motivo per cui sono state tirate fuori

Nella quinta parte dello speciale Iene di Giulio Golia e Francesca Di Stefano dedicato all’omicidio Vannini torniamo al momento in cui vengono chiamati i soccorsi. Marco continua a urlare. Sono le 00:23, sono passati 17 minuti dalla telefonata ai soccorsi e un’ora dallo sparo.

Nella prima parte di questo speciale vi abbiamo parlato di indagini e soccorsi in ritardo, nella seconda del colpo di pistola mortale e dell'ipotesi di un litigio quella sera tra i due fidanzati, nella terza di quello che succede dopo lo sparo quando tutti dicono credere al "colpo d'aria" e all'"attacco di panico" di cui parla Antonio Ciontoli e nella quarta della telefonata al 118 per un semplice "buchino con un pettine".

Quando i soccorritori arrivano trovano Viola e Federico in fondo alla strada. “Scendemmo dall’ambulanza”, dice uno dei due soccorritori, “e chiesi a Martina cosa fosse successo”. La ragazza, secondo quanto riporta il soccorritore, avrebbe risposto “non lo so io non c’ero”. Perché Martina dovrebbe dire una bugia così clamorosa? In aula, infatti, dice il contrario: “No, io non sono mai scesa, sono sempre stata vicino a Marco”, sostiene Martina in un primo momento. Ma poi continua: “Io sono scesa solo quando hanno portato Marco giù e quindi poi siamo andati al P.I.T”.

Torniamo al racconto dei soccorritori: “Mi venne incontro il signor Ciontoli e gli feci la stessa domanda. Mi disse che c’era un ragazzo che era stato colto da un attacco di panico e si era sentito male”. Ma quando entrano i soccorritori trovano Marco sul pavimento: “Era incosciente, non rispondeva”.

Antonio Ciontoli avrebbe mentito ai soccorritori anche sulla dinamica. Uno dei soccorritori racconta: “Io ho provato a fare domande al signor Ciontoli, mi disse che stavano in bagno e mentre scherzavano sulla partita di calcio Marco è scivolato accidentalmente e, dopo essersi punto con questo pettine a punta, è stato preso da un attacco di panico”. Nessuno dei presenti smentisce questa versione. 

“Non c’è la certezza che loro avessero sentito quanto stava dicendo il padre”, risponde al nostro Giulio Golia l’avvocato della famiglia Ciontoli, Pietro Messina. Quando i soccorritori vedono la ferita di Marco, non si accorgono che si tratta di un colpo da arma da fuoco. “Sfido chiunque a capire che fosse un colpo di arma da fuoco, era pulito, come cicatrizzato, come se fosse una bruciatura di sigaretta. Marco non era sporco di sangue”.

L’ambulanza parte e la seguono in macchina Federico e Antonio, in un'altra macchina stanno le donne. Stando al racconto dei Ciontoli, solo in quel momento Antonio avrebbe detto al figlio Federico di aver mentito. “A Federico gli dico ‘guarda Fede che a me mi è partito un colpo di arma da fuoco’”. Arrivati al pronto soccorso Antonio avrebbe detto anche al medico dello sparo, aggiungendo però una raccomandazione. “Mi ha detto ‘per il lavoro che faccio se fosse possibile non segnalare questa cosa’”, riferisce il medico del P.I.T. di Ladispoli, Daniele Matera, nella sua deposizione.

“Non sapere la verità è una cosa che non so descrivere”, dice la mamma di Marco intervistata da Giulio Golia. “C’è qualcosa che mi sfugge, che non so. Dentro quella casa hanno mentito tutti, hanno mentito anche le finestre”.

A non essere chiari sono anche gli spostamenti delle armi di Antonio quella terribile sera. Al momento della tragedia, infatti, il porto d’armi di Antonio Ciontoli era scaduto da due anni. Inizialmente, in aula, Ciontoli dice che “le armi le comprai più o meno se non mi sbaglio o 2002 o 2003”. Ma poco dopo precisa che l’arma che ha sparato l’ha comprata, mentre l’altra sarebbe stata un dono della caserma dei carabinieri di Ladispoli. “Era un’arma che dovevano dismettere. Era tipo il 2007”. 

Sull’arma che ha sparato a Marco, Antonio afferma di non essersi fatto spiegare come funzionasse al momento dell’acquisto. “L’ho presa e sono uscito”, racconta. “Non ho mai fatto alcun corso sulle armi. Il funzionamento dell’arma l’ho avuto solo nel 2007 quando sono andato a sparare e un istruttore mi ha fatto vedere”. Ma perché quel giorno Antonio ha tirato fuori le armi? “Visto che di lì a poco c’era un’altra esercitazione di tiro. E quindi la mattina la presi perché dopo avevo intenzione di dargli una pulita, in quel momento mi ha chiamato mia moglie e, niente, io praticamente le ho messe nella scarpiera in bagno”, racconta Ciontoli.

Inoltre, anche sul luogo dove sarebbero state queste armi, la scarpiera, qualcosa sembra non tornare. Viola nei giorni dopo la tragedia parla al telefono con la sua migliore amica che le chiede cosa fosse successo. La ragazza dice chiaramente che Antonio era convinto che le armi erano scariche, ma anche che le aveva asciate tutto il giorno sul divano. Questa intercettazione però non è mai entrata nel processo.

E anche la fine che le pistole fanno dopo lo sparo sembra poco chiara. “Prendo queste armi perché mio padre mi dice di allontanarle, quando sono sceso giù il mio intento era quello di metterle in sicurezza. Non so se è stata ritrovata la polvere da sparo sul divano, però io le ho portate lì”, afferma Federico nell’interrogatorio dell’ottobre 2015. Perché Federico specifica il dettaglio del divano?

Le pistole verranno poi ritrovate sotto il letto di Federico, che il giorno della tragedia dichiara di non avercele messe lui. Mentre Antonio dichiara di averle viste sul divano e averle portate nel cassettone del letto di Federico. Dalle intercettazioni ambientali in caserma del 18 maggio 2015 sembra che sia Federico a dire ad Antonio cosa dire in merito al luogo di queste armi. Non solo. Federico controllerebbe la versione anche con Viola. E proprio lei, a un certo punto, riferendo a Federico la versione data, dice “così ti ho parato un po’ il culo anche a te”. 

La pista dei festini gay, l'omertà del paese di Goro, le testimonianze inedite, il cerchio che si stringe sul nome dell'assassino e la svolta della Procura con uno o più indagati per l'omicidio di un ragazzo di 18 anni con problemi mentali. Ecco tutta l'inchiesta di Antonino Monteleone e Riccardo Spagnoli, a un passo dalla verità dopo 31 anni

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