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Coronavirus, studio Usa: “Il plasma iperimmune è sicuro”

Vi abbiamo parlato più volte della possibile terapia per il Covid con il plasma iperimmune. Il professor Perotti del'università di Pavia ci ha segnalato il più grande studio mai realizzato sulla sua sicurezza, su 20.000 pazienti, che la confermerebbe con "reazioni avverse in meno dell’1% dei casi”

In questi mesi vi abbiamo parlato spesso della possibile terapia anti Covid con il plasma iperimmune donato da pazienti guariti. Anche la Iena Alessandro Polti, rimasto positivo per 49 giorni, l'ha donato, come potete vedere nel servizio qui sopra.

Per chi si fosse appassionato al tema condividiamo oggi il più grande studio effettuato finora al mondo sulla sicurezza del plasma iperimmune o “convalescent plasma” (in inglese), che è stato sperimentato tra i primi dagli ospedali San Matteo di Pavia e Carlo Poma di Mantova. Ce lo ha segnalato il prof. Cesare Perotti, direttore del Servizio immunoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale San Matteo di Pavia. Si tratta dello studio “Safety Update: COVID-19 Convalescent Plasma in 20,000 Hospitalized Patients” effettuato in giugno dalla prestigiosa Mayo clinic di Jacksonville in Florida appunto su ventimila pazienti ricoverati per coronavirus: potete consultarlo cliccando qui.   

Secondo quanto riporta anche uno dei principali quotidiani americani, The Washington Post, su un campione di 20.000 pazienti trattati con il plasma, la possibile terapia avrebbe mostrato in meno dell’1% dei severi casi avversi e prometterebbe buoni risultati.

Ecco qui sotto le conclusioni dello studio.

“These updated data provide robust evidence that transfusion of convalescent plasma is safe in hospitalized patients with COVID-19, and support the notion that earlier administration of plasma within the clinical course of COVID-19 is more likely to reduce mortality”.

“Questi dati aggiornati danno una robusta prova che la trasfusione del plasma convalescente è sicura nei pazienti ricoverati in ospedale con Covid-19 e supporta l’idea che una somministrazione precoce durante il decorso clinico ha più probabilità di ridurre il tasso di mortalità”.

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