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Rogo Thyssen, semilibertà per i manager tedeschi. L'unico sopravvissuto: “Una beffa” | VIDEO

Ora è ufficiale: Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager tedeschi condannati a 5 anni per la strage delle acciaierie Thyssen di Torino in cui nel 2007 morirono bruciati 7 operai, otterranno in Germania la semilibertà ancor prima di aver fatto una sola notte in carcere. Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto: “Giustizia in saldo, i miei colleghi che non ci sono più non la meritano. L’Italia doveva vigilare di più”

“Una beffa”. Così l’unico sopravvissuto e i familiari delle 7 vittime del rogo dello stabilimento Thyssen di Torino del dicembre 2007 vivono in queste ore la decisione di concedere la semilibertà ad Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager tedeschi condannati per omicidio colposo di cui vi abbiamo parlato con Alessandro Politi in due servizi.

Una beffa,alla luce anche delle notizie filtrate qualche giorno fa quando il procuratore generale di Torino Francesco Enrico Saluzzo aveva detto, come vi abbiamo raccontato qui, che Eurojust (l’organismo di coordinamento delle magistrature europee) aveva garantito che la semilibertà si sarebbe potuta valutare solo dopo che i due condannati avessero scontato almeno la metà dei 5 anni di condanna in Germania.

Ora la procura di Essen concede ai due manager tedeschi, che non hanno mai fatto un giorno di prigione, proprio la semilibertà. Entreranno in carcere, pare a breve, ma durante il giorno potranno uscire per poi fare ritorno in prigione solo per dormire. Una notizia insopportabile anche per Antonio Boccuzzi, l’unico superstite di quel terribile rogo che ci ha inviato il video che vedete qui sopra per raccontarci tutta la sua indignazione.

“È l’ennesima beffa a una sentenza ormai datata. Ora possiamo ora solo sperare che si proceda all’esecuzione della pena. Abbiamo alleggerito le nostre preoccupazioni con le parole del pg Saluzzo la scorsa settimana e invece adesso i due imputati potranno lavorare durante il giorno e addirittura avere permessi nei weekend. Non c’è stata né sensibilità da parte di chi ha preso questa decisione né credo difesa e sensibilizzazione da parte del nostro Paese, che avrebbe dovuto vigilare. Adesso è legittimo chiedersi a cosa sia servito un processo con cinque gradi di giudizio, un percorso che in Germania non vale nulla o molto poco... Non so quale sia la pena giusta per quello che è accaduto: nulla restituirà i nostri cari ma l’impunità generale che c’è nei confronti di chi comette un reato legato agli infortuni sul lavoro sicuramente non è il sintomo di un paese sano e civile. Il nostro sembrava un processo diverso, che condannava l’amministratore delegato a dieci anni, ma in Germania hanno fatto i saldi, dimezzandogli la pena. Io non vorrei mai una giustizia in saldo, vorrei solo una giustizia giusta. Lo meritano i miei colleghi che non ci sono più”.

Quando qualche giorno fa si era diffusa la notizia che i due manager avevano chiesto la semilibertà, Iene.it aveva raccolto nel video che trovate qui anche lo sfogo di Rosina De Masi, madre di Giuseppe, uno dei 7 operai torinesi morti nel rogo della notte tra il 6 e il 7 di dicembre del 2007.

“Io nella mia testa, giorno e notte, le sento ancora le urla di mio figlio Giuseppe, che dice che non vuole morire”, ci aveva detto Rosina. “Sono morti sette ragazzi bruciati vivi, sciolti come una candela, non è accettabile quello che sta succedendo: Stato Italiano, faccia qualcosa subito!”. Per quella strage erano stati condannati nel nostro Paese, oltre ai manager italiani entrati in carcere anche i due tedeschi che però si erano sottratti alla giustizia italiana riparando in Germania.

“Da febbraio i due tedeschi assassini dovevano andare in galera”, proseguiva Rosina De Masi. “Io speravo che entro marzo finissero in galera invece per colpa della pandemia sono ancora fuori. Adesso mi aspettavo di giorno in giorno che venissero presi e che rimanessero in carcere almeno per i cinque anni che gli hanno dato in Germania. Siamo partiti da una condanna teorica di 16 anni per Espehnahn e 10 anni per Priegnitz e man mano che il processo andava avanti la loro pena è stata ridotta. Poi si è arrivati a 9 e 6 anni. Non sono ancora contenti, hanno chiesto di fare il carcere in Germania, sapendo che avrebbero fatto non più di cinque anni. Però facciamoglieli fare questi cinque anni ai due assassini. Ora chiedono la semilibertà. Per me è stata altro che una pugnalata, l’ennesima beffa per i nostri ragazzi. Hanno ammazzato sette persone nel modo più atroce. Qui non c’è niente da capire, c’è solo da indignarsi. Chiedo al ministro Bonafede, al premier Conte, al presidente Mattarella, a tutto lo Stato italiano, che prendano in mano la situazione: li facciano andare in galera. Queste due persone in Germania sono tutelate e protette, non so da chi. Basta, sono persone pericolose”.

Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, come vi abbiamo raccontato qui, dopo un lunghissimo braccio di ferro avrebbero dovuto entrare in cella in Germania a febbraio di quest’anno. In Italia erano stati condannati rispettivamente a 9 e 6 anni. La pena è stata ricalcolata in Germania a 5 anni, il massimo previsto per omicidio colposo.

Quando Alessandro Politi, in due differenti servizi (qui trovate il primo e qui il secondo), era andato a incontrare Espenhahn e Priegnitz mentre facevano jogging, gli aveva semplicemente chiesto quello che le famiglie delle vittime volevano sapere: “Quando sconterà la sua pena?”. Da loro però non avevamo avuto nessun segnale di pentimento, solo Gerald Priegnitz, profetico, ci aveva detto: “La giustizia tedesca si farà viva”. I familiari delle 7 vittime del rogo Thyssen hanno annunciato che daranno battaglia sulla concessione della semilibertà ai due manager tedeschi fino anche ad azioni clamorose come quella di incatenarsi davanti ai palazzi romani della politica.

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