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Il Regno Unito ha già vaccinato il 14% della popolazione (prima dose). Che conseguenze sul contagio? | I DATI

Mentre l’Unione europea è alle prese con schermaglie verbali contro i produttori dei vaccini, il Regno Unito procede spedito con la campagna d’immunizzazione: il 14% della popolazione ha ricevuto la prima dose, e si viaggia vicini al ritmo di 3 milioni di dosi inoculate a settimana. Dietro al successo si nasconde però una scelta controversa

Il migliore spot per la Brexit”: la sintesi più efficace per raccontare il contrasto tra la campagna di vaccinazione nel Regno Unito e quella nell’Unione europea è arrivata dal Die Zeit, autorevole settimanale tedesco. Perché mentre Bruxelles è impelagata in una affannosa battaglia contro Pfizer e AstraZeneca per i ritardi nella consegna dei vaccini, a Londra si marcia spediti verso un ritorno alla normalità.

Il Regno Unito infatti, nonostante i molti errori commessi negli scorsi mesi e l’esplosione della variante inglese del coronavirus, si è mosso con largo anticipo per assicurarsi le dosi necessarie di vaccini e oggi sta procedendo con il suo (bisogna dire, controverso) piano di vaccinazione: a oggi sono 9 milioni le persone ad aver ricevuto una dose, equivalenti a quasi il 14% degli abitanti del paese.

Quando nasce il vantaggio inglese nella corsa al vaccino? Dalla scorsa primavera: Boris Johnson ha infatti ordinato le prime 30 milioni di dosi da AstraZeneca a maggio del 2020, quando non erano nemmeno iniziate le sperimentazioni umane dei vaccini. L’Unione europea, che ha deciso di muoversi in blocco togliendo ai singoli stati la possibilità di approvvigionarsi autonomamente, ha concluso il primo accordo solamente a fine agosto. Insomma, Londra ha avuto tre mesi di vantaggio per predisporre il proprio piano vaccinale e “spingere” le case farmaceutiche a concentrare la produzione per soddisfare le prime richieste.

E anche nell’approvazione dei vaccini e nell’inizio della campagna vaccinale Londra è stata più rapida: ha iniziato l’8 dicembre, 20 giorni prima dell’Unione europea. E ha approvato il vaccino di AstraZeneca il 4 gennaio, quasi un mese prima di Bruxelles. Così oggi, mentre l’Unione europea è a corto di dosi e litiga con AstraZeneca e Pfizer, il Regno Unito vaccina al ritmo di oltre 350mila persone al giorno, quasi 3 milioni a settimana. Come detto, al 31 gennaio sono 9 milioni di persone ad aver ricevuto la prima dose del vaccino, cioè il 13,6% della popolazione.

Per fare il confronto, l’Italia ha inoculato quasi 2 milioni di dosi di vaccino, 3,24 ogni 100 abitanti. La Germania invece è a 2,32 milioni di dosi, 2,77 ogni 100 abitanti. La Francia è a 1,53 milioni di dosi, 2,34 ogni 100 abitanti. La Spagna infine è a 1,47 milioni di dosi, 3,15 ogni 100 abitanti.

Il Regno Unito è dunque molto avanti, anche se bisogna ricordare che si parla solamente di prime dosi: Londra infatti - con una politica che ha suscitato aspri dissensi nella comunità scientifica - ha deciso di vaccinare quante più persone possibili con una prima dose, rinviando la seconda molto oltre i 21 (o 28) giorni previsti dai produttori dei farmaci. E questo è subito molto evidente guardando a quante sono le persone la cui vaccinazione è completa: nel Regno Unito il 13,6% ha ricevuto una dose, ma solo lo 0,7% ha ricevuto la seconda. In Italia il 2,2% della popolazione ha ricevuto la prima dose, ma oltre l’1% ha ricevuto anche la seconda. Insomma, Roma è più avanti di Londra nelle vaccinazioni complete.

Una strategia, questa, che è stata criticata anche dal ministro francese per gli Affari europei Clément Beaune: "Il Regno Unito sta correndo molti rischi", ha dichiarato. "Sono in una situazione sanitaria molto difficile, quindi posso capire perché abbiano deciso così, ma stanno correndo molti rischi". Il ministro ha poi ricordato che Londra ha rinviato fino a 42 giorni l'inzione della seconda dose: non è noto l’effetto che potrebbe avere questa decisione, soprattutto perché non si sa quanto possa durare l’immunizzazione con una singola dose di vaccino: i prodotti di Pfizer, Moderna e AstraZeneca non sono stati pensati o studiati per funzionare con una singola inoculazione a medio/lungo termine, come ricordato anche dalle stesse case farmaceutiche.

Oggi comunque i dati del Regno Unito sui casi di coronavirus fanno ben sperare, come si può facilmente vedere dal grafico sottostante: dopo il picco di nuovi contagi registrato l’8 gennaio, con 68.053 persone positive, la curva pandemica è andata in picchiata. Ieri sono stati 21.088: in tre settimane i nuovi casi sono diminuiti di due terzi.

Ovviamente i numeri sono ancora spaventosamente alti, e il Regno Unito rimane non solo il paese europeo più colpito ma anche quello che ha gestito peggio la pandemia di coronavirus. Negli ultimi 7 giorni il paese ha registrato una media di 1.174 morti al giorno, numeri che fanno rabbrividire. 

Le cose però stanno evidentemente migliorando: parte consistente del merito va sicuramente alle rigide misure restrittive messe in campo dal governo nelle ultime settimane, con il paese in lockdown dal 5 gennaio e “almeno fino a metà febbraio”, come ha annunciato Boris Johnson. Un ruolo però sembra averlo anche la campagna vaccinale: a un mese dall’inizio delle inoculazioni i numeri hanno iniziato a precipitare, e i vaccini disponibili attualmente impiegano circa 3 settimane a far sviluppare gli anticorpi. 

Insomma, senza arrivare alle vette di Israele che ha già vaccinato completamente il 20% della popolazione, il Regno Unito sta avendo un buon successo nella sua campagna di immunizzazione. Mentre l’Unione europea, e con lei l’Italia, annaspa.

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