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Cina, animali selvatici considerati bestiame: la lezione mancata del coronavirus | VIDEO

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Il ministero dell’Agricoltura di Pechino ha confermato il nuovo status dei cani: sono ufficialmente animali da compagnia. Un grande passo avanti, ma troppi animali selvatici sono ancora considerati bestiame: “Ci sono rischi per la salute umana”, dice la dottoressa Teresa Telecky della Humane Society International. E’ proprio dalle condizioni di alcune di queste povere creature che sembra essersi diffuso il coronavirus

I cani sono animali da compagnia per l’uomo e non bestiame”. La conferma, che a noi può suonare scontata ma che in troppe parti del mondo non lo è affatto, arriva dal ministero dell’Agricoltura cinese. Dopo che la notizia era stata anticipata da una bozza ad aprile, adesso i cani sono ufficialmente depennati dall’elenco degli animali considerati bestiame da Pechino.

Se c’è dunque motivo di festeggiare per la sorte dei cani in Cina, non lo è certo ancora per tante specie animali. L’elenco del ministero dell’Agricoltura comprende infatti tra il “bestiame” animali che in realtà sono selvatici: parliamo di cervi, renne, alpaca, faraone, fagiani, pernici, struzzi. Tutte creature che anziché essere allevate in cattività dovrebbero vivere libere in natura, non pigiate in gabbie o contenitori per poi essere vendute o macellate nei mercati umidi cinesi.

Già, i mercati umidi. E’ proprio da quello di Wuhan, l’ormai tristemente famoso ‘wet market’, che il coronavirus sembra essersi diffuso dagli animali all’uomo proprio a causa delle condizioni orribili in cui sono costretti gli animali. Il nostro Gaston Zama, nel servizio che potete rivedere qui, ci ha portato a conoscere la realtà dei wet market cinesi e di tutti i pericoli che questi comportano per la salute umana.

La decisione del ministero dell’Agricoltura, quindi, rischia di seminare un terreno fertile per nuove pandemie: “L'inclusione di specie selvatiche (nell’elenco degli animali considerati ‘bestiame’, ndr) è deplorevole. L'allevamento intensivo, in cattività, di questi animali presenta gravi problemi per il benessere animale e potenziali rischi per la salute umana”, sostiene la dottoressa Teresa Telecky, responsabile del dipartimento fauna selvatica della Humane Society International: “La loro riclassificazione come ‘bestiame’ non riduce la loro sofferenza ed il rischio di malattie che arrivano all’uomo. Spero vivamente che la Cina rimuova queste specie dal prossimo elenco”.

La riclassificazione dei cani come animali domestici resta, a ogni modo, una ottima notizia. Notizia ancora più importante perché tra tre settimane è previsto l’inizio del festival di Yulin, la ‘festa’ della carne di cane. Giulia Innocenzi e Francesca Di Stefano ci hanno portato a conoscere la crudele realtà di quel festival, nel servizio che potete vedere qui sopra. Ogni anno sono migliaia i cani e gatti che vengono macellati con crudeltà: gli animali vengono presi con un punzone di ferro per il collo, bastonati per essere storditi, e poi sgozzati sulla strada. Senza alcun rispetto delle condizioni igieniche.

E i cani che vengono ammassati, uccisi e consumati a Yulin sono spesso rubati da famiglie che li considerano i loro compagni di vita. Davide Acito, come vi abbiamo raccontato qui, è stato più volte a Yulin nel tentativo di salvarne quanti più possibile da quell’orribile destino. La speranza è che la decisione del ministero dell’Agricoltura di Pechino ponga un freno a questa pratica.

Anche perché sembra che il consumo di carne non sia poi così apprezzato dagli stessi cinesi: un sondaggio del 2016, condotto dalla società di sondaggi cinese Horizon e commissionato dalla China Animal Welfare Association in collaborazione con Humane Society International e Avaaz, ha rilevato che il 64% dei cittadini cinesi vuole che il festival di Yulin venga fermato. E il 51,7% ritiene che il commercio di carne di cane dovrebbe essere completamente vietato: il 69,5%, più dei due terzi dei cinesi, non ha mai consumato carne di cane. Segnali di una cultura alimentare che sembra stia finalmente cambiando.

esclusiva web

Lo studio della Società italiana di medicina ambientale sul collegamento tra inquinamento e coronavirus, di cui noi vi abbiamo parlato già a marzo, è stato pubblicato sul British Medical Journal confermando le evidenze iniziali: le polveri sottili presenti nell’aria hanno “aperto un’autostrada al coronavirus”. Per prevenire una seconda ondata bisognerebbe usare la “mascherina anche all’esterno dove non fossero assicurate distanze di almeno 6-8 metri”

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