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News | di Matteo Gamba |

Aumento dei suicidi e Blackout Challenge, lo psichiatra Ravera: “Ecco i segnali da tenere d'occhio nei giovani”

Furio Ravera ci spiega quanto rischiano i ragazzi con l’aumento di suicidi e autolesionismo nell’anno della pandemia. Lo psichiatra ci racconta anche quali sono i segnali di minorenni e maggiorenni da controllare. Comprese le drammatiche sfide web, “da fermare subito”, che hanno appena portato alla morte di una bambina di 10 anni a Palermo

I suicidi stanno aumentando tra i nostri ragazzi con pandemia e lockdown. È un tema drammatico, delicato e urgente: bisogna parlarne, ma parlarne bene e con le parole giuste”, esordisce lo psichiatra e psicoterapeuta Furio Ravera che ha pubblicato la settimana scorsa il libro “Anime adolescenti”, un manuale per genitori per capire i problemi dei figli.

In questi giorni su Iene.it ci stiamo concentrando sugli effetti psicologici dell’era Covid, parlando con gli esperti del dopo pandemia e della crescita, soprattutto tra i giovani, di ansia e solitudine e consumo di droga alcol (qui trovate i link, in basso gli articoli). Affrontiamo un altro fenomeno drammatico con il prof. Ravera, direttore del reparto Diagnosi e cura dei disturbi di personalità e delle patologie giovanili correlate della Casa di Cura " Le Betulle" di Appiano Gentile (Como).

Perché c’è questa crescita di suicidi tra i ragazzi, minorenni e maggiorenni?
“Questo anno ha colpito duramente la loro vita. Hanno perso socialità e divertimento assieme a scuola, sport, relazioni, che sono fondamentali alla loro età, in particolare quelle fuori dalla famiglia. Si trovano a vivere tutto il giorno con i genitori, come dentro a una casa di campagna di un altro secolo. Unica differenza: passare il tempo davanti uno schermo a seguire per 5-6 ore le lezioni, a giocare o a navigare su internet. Insoddisfazioni, solitudine e frustrazioni che ne derivano hanno alimentato tratti depressivi come anche pericolose tendenze suicidarie”.

Ci aiuta a capirle?
I suicidi sono la reazione drammatica a una situazione emotiva sentita soggettivamente come intollerabile. Vengono percepiti come un’assurda salvezza mentre la morte non viene rappresentata con chiarezza. Gli atti estremi arrivano in uno stato crepuscolare della coscienza, chi ne esce miracolosamente vivo la recupera in pieno magari al pronto soccorso. Morire diventa più importante che vivere. ‘Erano giorni che avevo un sete terribile come in mezzo al deserto, una sete di suicidarmi, non riesco a spiegarmi meglio’, mi ha detto una paziente che è sopravvissuta davvero per miracolo dopo essersi buttata giù da un palazzo”.

Stiamo parlando della seconda causa di morte tra i 15 e i 24 anni dopo gli incidenti stradali.
“Sì, con una prevalenza nei maschi rispetto alle femmine. L’isolamento sociale ‘modello hikikomori’, il fenomeno giapponese dei ragazzi che si confinano in casa, questa volta è di massa per contrastare i coronavirus. Il suicidio si nutre di solitudine e colpisce in particolare in contesti sociali ed economici difficili, che ora possono restare ancora più indietro e ai margini. Spesso ha ragioni complesse tra ambiente familiare, violenze domestiche, abusi subìti o disturbi psichici: la pandemia ha agito come amplificatore di tutte queste vulnerabilità”.

Il discorso vale anche per l’autolesionismo che coinvolgerebbe secondo alcune stime il 20% dei ragazzi italiani?
“Il dato non mi sorprenderebbe perché i numeri sono alti e in aumento. In questo caso riguarda più le femmine che i maschi. Ci si taglia sulle braccia per interrompere sempre uno stato emotivo intollerabile della mente o che non consente altro. ‘Io mi taglio, perché così riesco almeno ad avere dei momenti di sollievo’, ci raccontano. Il dolore fisico non viene quasi sentito, la coscienza non è chiara. ‘Mi taglio perché dopo sono più lucida, dopo riesco a studiare meglio’ sono le frasi che sentiamo. L’autolesionismo viene usato come interruttore per prendere una pausa da una sofferenza interiore più forte. Se ne può diventare dipendenti e può essere il segnale di rischio suicidio”.

Che cosa deve fare un genitore?
“Rivolgersi a uno specialista. Non solo se scopre dei tagli sulle braccia ma anche già se vede un figlio diventare molto più silenzioso, molto più triste, che fa fatica a studiare, si isola e si allontana dalle relazioni. Sono segnali preoccupanti, bisogna indagare anche se non ‘fa casino’. È meglio abbondare nei controlli su qualsiasi cambiamento improvviso del comportamento, del corpo, dell’alimentazione. Anche perché di solito emerge poco di quello che c’è davvero dietro: i ragazzi nascondono il più possibile tutto per vergogna. Non bisogna tirarsi indietro per non sentirsi falliti come genitori. Bisogna ricordarsi che la vigilanza è un dovere per legge, almeno per i minorenni, e che i figli vanno sempre accompagnanti e affiancati con ascolto e dialogo, senza abdicare all’autorevolezza”.

Abbiamo appena assistito alla tragedia della bambina di 10 anni morta a Palermo dopo il Blackout Challenge. C’è Blue Whale, c’è Jonathan Galindo: dietro queste folli sfide web c’è sempre il rischio di togliersi la vita. Quanto sono pericolose?
“Molto. I suicidi risentono di imitazione e suggestione. Queste sfide mortali su internet sono fenomeni terribili: danno ai ragazzini in difficoltà rituali che sembrano collettivi, da imitare e seguire e che sembrano poter governare stati emotivi interni incomprensibili a quell’età. Senza queste suggestioni virtuali, certi suicidi non sarebbero avvenuti. Capisco che il problema della censura online è ampio, ma queste ‘sfide’ sono azioni rivolte a un crimine: vanno fermate subito”.

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