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News | di Matteo Gamba |

Coronavirus: Rocco, che aiutò Steven, inventa e regala la maschera con amplificatore | VIDEO

Abbiamo conosciuto Rocco De Lucia con Nina Palmieri: continuò a pagare un suo operaio colpito da un tumore nonostante l’Inps dopo sei mesi avesse smesso. Mattarella gli aveva consegnato un premio per questo. Ne meriterebbe un altro per questa sua invenzione che permette a medici e pazienti di parlare senza rischi di contagio e che lui regala: “Mi vergognerei se ci guadagnassi solo un euro”

Che Dio mi fulmini se ci guadagno un euro: le regalo tutte. Ma non devo perdere tempo, un sacco di ospedali mi stanno chiamando e hanno bisogno delle mie maschere. Non dormo nemmeno per fare presto. Dobbiamo salvare più vite possibile”.

In un’emergenza straordinaria e terribile come quella del coronavirus si incontrano e si ritrovano anche uomini straordinari. Abbiamo avuto la fortuna di tornare a parlare con uno di questi, Rocco De Lucia, che ha appena inventato la maschera isolante e amplificata del video qui sopra che permette le comunicazioni in tutta sicurezza tra pazienti e medici senza il rischio di contagio.

L’avevamo conosciuto per la prima volta nel novembre 2017 con Nina Palmieri. Un suo operaio, Steven Babbi, allora 22enne, colpito da una forma gravissima di tumore, non riceveva più lo stipendio dall’Inps durante la malattia perché erano passati i sei mesi previsti dalla legge (qui trovate il servizio, emozionante e commovente). Rocco De Lucia e la moglie Barbara Burioli hanno continuato a pagarlo loro nella Siropack di Cesenatico. “Il patrimonio primario della nostra azienda sono i nostri ragazzi, che lavorano con noi ogni giorno. Vanno tutelati non solo nel bene ma anche quando purtroppo arriva il momento del male”, dicevano. “Ci sembra di aver fatto una cosa normale”, ribadivano qualche mese dopo quando li abbiamo risentiti perché il presidente della Repubblica li ha nominati per quel loro gesto Cavalieri dell'Ordine al Merito della Repubblica (qui l’articolo e la video intervista). Dopo oltre 10 anni di lotta il sorriso e il coraggio di Steven, che nell’azienda di Rocco si sentiva come in famiglia, si sono spenti nel febbraio scorso. È rimasto però il suo spirito nell’anima di quest’uomo, che oggi come allora inizia con una frase: “Il bene porta bene”.

Rocco, come funziona la tua maschera?
“Indossandola pazienti e medici possono parlarsi senza rischiare contagi. Ora c’è da produrla in fretta per salvare e proteggere vite. Mi sento in colpa per ogni secondo perso, sto lavorando alle prime 70 da consegnare agli ospedali di Cesena, Rimini e al Rizzoli di Bologna”.

Com’è nata l’idea?
“Fin da gennaio quando è esplosa l’epidemia a Wuhan volevo fare qualcosa. Intanto ho procurato mascherine, gel e disinfettanti a tutti i miei operai. Ma continuavo a pensare a come si poteva aiutare tutti. Un mio amico medico mi aveva raccontato gli enormi problemi in ospedale: ‘I pazienti fanno una fatica terribile a respirare e a parlare, noi siamo tutti bardati: comunicare è difficilissimo ed è pericoloso per i contagi’. Poi ho saputo della moglie di un altro amico, un cliente, morta di coronavirus a 46 anni a Milano: non potevo restare fermo”.

Come sei arrivato alla maschera?
“Ho visto quei ragazzi che a Brescia avevano trasformato le maschere da sub per la terapia intensiva a Brescia (li abbiamo intervistati in questo articolo, ndr). È da lì che mi è venuta l’idea: perché non mettiamo un amplificatore nella maschera per far parlare medici e pazienti senza rischiare la pelle? Le ho prese dalla Seascub di Genova, ci ho applicato una griglia prodotta con una stampante 3D, filtri sostituibili antivirus FFP2 e FFP3 e un impianto di amplificazione. Facile a dirlo, difficilissimo da fare. Con il laboratorio di ricerca Tailor e il professor Marco Troncossi dell’università di Bologna, abbiamo seguito ogni dettaglio previsto dalla legge. Mi sono messo ad aggeggiare come MacGyver, l’agente buono e inventore fai-da-te del telefilm, ed alla fine è nata la C-Voice Mask, senza un brevetto ovviamente”.

Perché quel nome? Perché senza brevetto?
“C e V, stanno per CoronaVirus e CoVid-19. Un collega mi ha detto: ‘Sei pazzo! Brevettala, ci farai migliaia se non milioni di euro’. Non lo farò mai. Non me ne frega niente: mi vergognerei se ci guadagnassi anche solo un euro, sarebbe la cosa più grave che potrei fare alla mia anima, la venderei al diavolo. L’ho anche messo per iscritto, per ogni tutela legale se qualcuno volesse approfittarne: ‘Siropack ha deciso di rilasciare disegni, logiche ed ogni altro diritto di proprietà intellettuale relativo al dispositivo C-Voice Mask a titolo gratuito, a condizione che non vengano utilizzati per fini commerciali’. Come ha detto il Papa pregando nella piazza vuota di San Pietro: siamo tutti nella stessa barca in questo momento drammatico. Dobbiamo aiutarci l’un l’altro”.

Sta già producendo in serie la C-Voice Mask?
“Da quando ho realizzato il prototipo, con le prime comunicazioni di tre giorni fa è iniziato un delirio. Ho ricevuto un sacco di telefonate che mi fanno star male, dai 118, dai chirurghi, dai reparti, dai medici di base: mi dicono che serve come il pane, bisogna pensare a fare, presto, senza perdere tempo. La voce mi trema mentre ne parlo. Ho dormito pochissimo, anche troppo comunque. Sto chiedendo aiuto per fabbricarne il più possibile. Le prime 70 andranno al pronto soccorso di Cesena, alla chirurgia di Rimini e al Rizzoli di Bologna (sì, quell’ospedale da sogno dove si curano i tumori con la stampante 3D di cui vi abbiamo parlato con Gaetano Pecoraro, ndr). Ma è solo l’inizio. Da domani rendiamo pubblico il tutto rivolgendoci anche all’Istituto superiore di sanità. C’è solo un’amarezza che mi resta di sottofondo”.

Quale?
“Perché a questo ci sono arrivato io e non, prima, ben altri esperti ottimamente preparati e pagati? Io ho fatto solo le medie: sesto di otto figli ho lasciato la scuola e sono andato a lavorare un giorno in cui vidi mia madre piangere perché le si erano smagliate le calze e non ne aveva un altro paio per andare a un matrimonio. Non voglio fare polemiche, è un discorso generale: perché i medici e paramedici, i nostri eroi, non sono stati tutelati meglio e prima? Stanno continuando a morire. Tempo fa mi ha chiamato la responsabile degli infermieri di un grande ospedale piangendo perché non avevano protezioni: noi della Siropack le avevamo già regalato 5mila mascherine”.

Complimenti ancora una volta, Rocco.
“Figuriamoci: il bene porta bene, come le avevo detto parlando del povero Steven: lo portiamo sempre nel cuore, ci ha dato la dignità di quello che deve essere un imprenditore”.

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