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Chico Forti, l'intervista in carcere: “Non chiedo carità, voglio giustizia” | VIDEO

Il nostro Gaston Zama, continuando con la sua inchiesta, è volato a Miami per parlare con il nostro connazionale che da venti anni è rinchiuso in carcere per l’omicidio di Dale Pike che ha sempre detto di non aver commesso. Il 30 gennaio torneremo a parlare di questa incredibile storia in uno speciale in prima serata in onda come sempre su Italia 1

“I’m speechless”, sono senza parole. Ha reagito così Chico Forti quando la giudice gli ha letto la sentenza di condanna a vita. Chico infatti deve a morire negli Stati Uniti: il nostro connazionale è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike, avvenuto il 15 febbraio del 1998 a Miami. Da vent’anni si trova recluso in un carcere di sicurezza da dove continua a gridare al mondo la sua innocenza.

Dopo aver raccontato la sua storia e la sua vita prima della condanna, tutti i dubbi sulle indagini e il processo, aver ricostruito il presunto movente dietro all’omicidio di Dale Pike, le bugie che Chico ha raccontato e la figura di Thomas Knott, la scoperta in zona Cesarini di quei granelli di sabbia che secondo l’accusa inchioderebebro Chico, il documentario del nostro connazionale sulla morte del killer di Gianni Versace Andrew Cunanan e avervi ricapitolato tutti i dubbi aperti, è giunto il momento più atteso: il nostro Gaston Zama è volato a Miami per incontrarsi finalmente faccia a faccia con Chico Forti.

Il volto e il corpo di Chico sono cambiati in questi venti anni vissuti in catene, ma il suo spirito no: “Cerco di vivere una vita che per questo ambiente sia normale. Lavoro, lavoro moltissimo. Mi sveglio tutti i giorni alle 4 di mattina e vado avanti fino alle 7 di sera. Faccio un po’ di tutto, insegno alla gente che non ha mai viaggiato, aiuto a tradurre, con il programma di educazione fisica. Faccio di tutto, perché più mi impegno meno tempo ho per pensare e per intristirmi”.

Vivere in carcere da venti anni pensando di essere innocente non è facile: “Non ci si abitua, ci si adatta. Questa fase non la reputo parte della mia vita, una stasi, una sospensione temporanea di quella che è la mia vita reale. Mi hanno messo le catene, mi hanno messo le recinzioni intorno ma non mi hanno cambiato. Se non ti svegli pensando che c’è qualcosa di positivo, non riesci a sopravvivere”.

In questa battaglia per dimostrare la sua innocenza Chico Forti non è mai stato solo: “Sono troppi gli amici là fuori per citarli”. Da venti anni il nostro connazionale è circondato da persone che lottano insieme a lui. A Chico si illuminano gli occhi quando Gaston Zama gli parla della casa di suo zio Gianni. Si bagnano di lacrime quando invece gli racconta della madre, “la mia roccia”. Lei sembra la più convinta di tutti che un giorno Chico ritornerà a Trento, la sua città natale. “E ha ragione a esserlo”, ribatte fiero. “Nell’incubo di questa situazione una cosa che ho scoperto, e che non auguro a nessuno di dover scoprire in questa situazione, è la solidarietà e l’amicizia non solo di chi mi conosceva prima ma anche di chi si è dedicato anima e corpo a me dopo”, ci racconta.

E la famiglia? “I miei figli quando posso li sento. Il rapporto con loro è d’amore, ma parlare con loro crea tristezza e dolore da entrambe le parti”. Quando Chico è entrato in carcere i suoi figli avevano 5, 3 e 1 anno. Oggi sono adulti. “La foto che porto con me sempre è di come li ho lasciati”. “Heather si è rifatta una vita, è quello che volevo. Sapevo che era una battaglia lunga, insieme abbiamo deciso di proteggere i nostri figli. Non è un caso che si siano trasferiti alle Hawaii. È un distacco che è una sofferenza ma aiutato molto loro a rifarsi una vita. Non avrei mai accettato di averli qui ogni weekend a venirmi a trovare: le visite che ho ricevuto, il momento del distacco è stato un dolore indescrivibile”.

C’è però anche tanta delusione in Chico: “Mi hanno deluso i miei presidenti, avrebbero avuto la possibilità di fare qualcosa per me. Non tutti, ci sono stati politici che ci hanno provato e si sono scontrati contro un muro di gomma. Terzi di Sant’Agata è stato incredibile”. Chico Forti non si è mai dichiarato colpevole, e sostiene che mai lo farà. “È per la gente che crede in me, per quelli che credono nella mia innocenza. Se mi dichiaro colpevole è il momento in cui perdo questa battaglia”.

“In questi venti anni non mi sono mai sentito abbandonato dalla gente, dai vertici dello Stato a volte sì. Sembro diventato trasparente per chi poteva riportarmi a casa. Non sto chiedendo la carità o un favore, sto chiedendo che venga fatta giustizia”. In queste settimane il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha espresso più volte vicinanza a Chico Forti e pochi giorni fa il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro ha annunciato che il governo chiederà la grazia per Chico. “Questa è una possibilità in cui credo moltissimo”.

“A Mattarella direi: dedica un po’ di tempo ad analizzare i fatti e a studiare il mio caso. Se sai che hai la possibilità di correggere uno sbaglio, lo lasci alla tua coscienza quale sia la decisione da prendere”, dice Chico. Ma cosa farebbe Chico Forti se uscisse domani dal carcere? “Corro col mezzo più veloce ad abbracciare mia madre”. E poi chiarisce una cosa: “Io credo ancora nella giustizia”. E se ci crede lui, ci dobbiamo crederci tutti.

La verità sull’omicidio di Dale Pike è sepolta da più di vent’anni, mentre i dubbi su questa storia e su quel processo sono più vivi che mai. Chico Forti deve finire i suoi giorni in quel carcere? Merita di morire in quella prigione?

Il caso di Chico Forti

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