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News | di Nina Clerici |

Cannabis light, Cassazione: venderla è reato. “Non chiudo per una sentenza del ca**o” | VIDEO

Sono state pubblicate ieri le motivazioni della sentenza che un mese fa aveva dato il via ai controlli e ai sequestri della polizia della cannabis light. Si chiarisce che la legge 242 del 2016 che promuove la filiera della canapa riguarda solo alimenti e cosmetici. Vendere la cannabis light sarebbe quindi un reato. Luca Marola, leader nel settore della marijuana light, spiega il caos in cui versa oggi il settore 

Sono uscite le motivazioni della Cassazione sulla questione della cannabis light, che spiega la legge del 2016 non vale "per la commercializzazione di prodotti a base di cannabis sativa, in particolare foglie infiorescenze, olio, resina”. E cioè questi prodotti secondo la corte sono illegali, senza tenere in considerazione la percentuale di Thc, come veniva invece fatto in precedenza, con il limite massimo fissato allo 0,6%. E questo perché i giudici ritengono che va verificato l'idoneità del prodotto a produrre un «effetto drogante».

“La Cassazione però non ha definito un limite massimo sotto il quale un prodotto non ha l'effetto drogante” ci spiega Luca Marola, cofondatore di EasyJoint, l’ azienda leader nel settore della marijuana legale, che abbiamo conosciuto con il servizio di Matteo Viviani. “Quindi bisognerebbe verificare l'effetto drogante caso per caso, barattolo per barattolo, confezione per confezione”. Peccato che per farlo, insiste Marola, "bisognerebbe considerare una serie di circostanze, tipo: chi assume è magro o grasso? Tutti elementi che rendono praticamente impossibile una definizione per la magistratura inquirente”. Insomma, dalla sentenza della Cassazione esce un quadro per nulla chiaro, in cui sarà molto difficile stabilire quali sono i prodotti con "effetto drogante" e quali no.

E la confusione non può che incidere sul settore della cannabis light, finora molto florido. “Per i negozi cambia ben poco: il caos creato da questa decisione difficilmente incide sul compratore, che solo nella prima settimana resta un po' restio all’acquisto, ma che poi si dimentica tutto” spiega Marola. La vera perdita non si ripercuote sulle singole attività, bensì sullo stato, e quindi su tutti noi. “Ogni analisi fatta su un prodotto costa sui 40/50 euro: se la sentenza della Cassazione dovesse essere rispettata alla lettera le procure dovrebbero lavorare a ciclo continuo e i laboratori di analisi non dovrebbero fermarsi un secondo” spiega Marola. 

La sentenza inoltre lascia libere le procure di agire in maniera differenziata. “Sta infatti alla procura di ogni città fare le analisi dei prodotti e decidere di considerare la cannabis light un’emergenza cittadina” sostiene Marola. “Nelle grandi città infatti non cambierà assolutamente nulla, perché le emergenze cittadine sono ben altre. Saranno le città piccole a dover intraprendere una guerra con le proprie procure, come sta succedendo per esempio a Macerata”. Dove Antonio Pignataro, questore di Macerata, in poco meno di un anno ha già fatto chiudere 8 negozi di cannabis light. “E' una sentenza che è impossibile applicare" chiosa Marola. E quindi? "La magistratura, di fronte all’impossibilità di poter controllare tutto, dovrebbe cambiare la legge, come già aveva fatto nel 2015”. 

Il famoso 0,6 di thc di cui si parla è infatti frutto di una decisione della Cassazione del 2015, che dovrebbe intervenire sulla materia così da delineare una diversa regolamentazione del settore, che coinvolga così anche la commercializzazione dei derivati della cannabis light. “Andassero a controllare il narcotraffico, anziché perdere tempo con il fiore di canapa industriale che per definizione non è pericoloso” insiste Luca Marola. E anche per la Coldiretti "serve un intervento del legislatore per tutelare i cittadini senza compromettere le opportunità di sviluppo del settore con centinaia di aziende agricole che hanno investito nella cannabis e i terreni coltivati in Italia, che nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte: dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 stimati per il 2018”.

Ma quanti sono i negozi di cannabis light che a fronte della guerra intrapresa da Salvini e dai riverberi istituzionali che ne seguono hanno chiuso? Alcuni giornali hanno scritto che il 50% dei negozi ha abbassato le serrande. “È impossibile” spiega Marola. “Non sappiamo nemmeno quanti negozi hanno aperto! Come possiamo sapere quanti hanno chiuso? E' chiaramente un dato sbagliato”. Una delle tante fake news che circola sul tema quindi. Nonostante in ballo ci siano attività economiche e posti di lavoro. Quindi c'è poco da scherzare.  

E Luca Marola, uno dei primi che ha creduto nella cannabis light in Italia, cos'ha intenzione di fare? “Di certo non chiudo per una sentenza del ca**o. Noi come EasyJoint abbiamo dato via al mercato del fiore della canapa proprio perché la legge non lo permetteva. Prima che iniziassimo a produrre e vendere marijuana light, infatti, non vi era nessuna legge che parlasse del fiore di canapa”. Nella legge 242 del 2016 infatti venivano solo citati, e quindi consentiti, alimenti e cosmetici. “Così ho dato per scontato che se non esisteva una legge, allora non c'era neanche la proibizione né il permesso di vendere i derivati del fiore di canapa. Ho iniziato la mia attività proprio per vedere cosa sarebbe successo e ora siamo ancora allo stesso punto di partenza”. Vedremo per quanto. 

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